Ho visto il paradiso
Mi ha telefonato Massimo. Hanno ricoverato Sergio. Ho sostenuto la conversazione a monosillabi cercando di abbreviare il più possibile la telefonata; poi ho riattaccato con uno sterile “ciao”.
Voglio essere solo, con la mente libera, libera di navigare tra i ricordi che mi legano a Sergio. Massimo non se la prenderà, avrà capito sicuramente il mio stato d’animo.
Ho deciso che stasera, terminato il mio lavoro in ufficio, andrò a far visita a Sergio al reparto “Infettivi” dell’ospedale. Sergio è affetto dalla Sindrome di Immuno Deficenza Acquisita, per questo si trova in quel reparto infame dove non puoi avere contatti umani decenti, dove ogni paziente è un recluso.
Trascorro le ultime ore in ufficio concentrandomi sul lavoro per non pensare troppo a questa storia.
Poi arriva sera e tutto sembra una beffa. E’ una di quelle serate di maggio che, sul far del tramonto, vengono elogiate per la loro bellezza da una brezza tiepida che accarezza i fiori e trasporta il loro profumo nell’aria. Per me non è così. E neanche per Sergio.
Mentendo a me stesso incolpo questa dolce brezza della comparsa di una lacrima nel mio occhio, in realtà è la consapevolezza che in questa splendida serata l’amicizia che mi lega a Sergio possa subire lo smacco peggiore.
Non ho voglia di sentire voci attorno, quindi mi infilo le cuffiette con Smells like teen spirit dei Nirvana a palla, appoggio sulla gobbetta del mio naso i Ray-Ban che tante volte hanno protetto la mia vista dal sole e mi avvio lungo il viale che porta al reparto ospedaliero. Le lenti degli occhiali sembrano fungere da schermo alla proiezione dei miei ricordi; rivedo Sergio, la sua faccia paffuta e sorridente, le braccia forti, le spalle possenti… A rimestare il cemento con la pala era un mito, nessuno aveva la sua forza e la sua abilità… E quanti rimproveri quando giocavamo a calcio e lui sparava delle bordate tremende che immancabilmente si perdevano tra i rovi oltre la recinzione del campetto.
Sono all’ingresso del reparto e subito la cruda realtà di quell’ambiente mi distoglie dai ricordi; chiedo informazioni a un infermiere che, in modo distaccato, mi indica la stanza in cui si trova Sergio e, con altrettanto distacco, mi ricorda che non posso entrarvi ma devo stare all’esterno, sul terrazzo, dove c’è una bella vetrata ed un citofono per comunicare.
Devo ammettere che non mi dispiace restare all’aperto visto l’ambiente e visto che non posso abbracciare Sergio e stare a contatto con lui: è proibito.
Arrivo alla vetrata della stanza e ho un attimo di smarrimento; la persona sdraiata di spalle nel letto non può essere Sergio, è esile, la testa quasi senza capelli, le mani ossute.
Accenno un timido “Sergio” nel citofono. Lui si gira e mi sorride. Il suo volto sembra un teschio ricoperto di pelle. Ha mantenuto il suo bel sorriso e tra le orbite scavate spiccano i suoi occhi celesti, anzi, dall’espressione, dallo sguardo, li definirei celestiali.
E’ in questo momento che interpreto cosa possa essere il paradiso. E’ tutto in quegli occhi che esprimono dolore, consapevolezza dell’abbandono della vita terrena, ma anche felicità per la fine di una sofferenza immane e tenerezza nella capacità di tenertela distante e non fartela pesare. E’ tutto qui, non c’è altro. Niente vita ultraterrena. Niente soffici nubi su cui incontrare i Santi. Il paradiso è l’immagine negli occhi delle persone che stanno morendo.
Nell’irreale periodo di tempo in cui abbiamo parlato stasera, mai una volta Sergio ha fatto pesare la sua condizione, mai ha chiesto aiuto, mai ha recriminato sui motivi della sua sofferenza.
Mi ha detto che Massimo era già venuto a trovarlo. Massimo è sempre il primo, lo è sempre stato.
“Ora devo andare” ho detto banalmente prima di salutarlo e Sergio ha capito; ha risposto con un secco “OK” senza ulteriori fronzoli, non avrebbero avuto modo d’esserci.
Mentre torno verso l’auto parcheggiata mi chiedo se in una situazione come questa è giusto parlare con un citofono, attraverso una vetrata, io che con Sergio ho condiviso tutto per due lunghi anni. So che non avrò risposta a questa domanda.
Si dice che la notte porti consiglio, a me ha portato solo insonnia. E ora che è mattina, la sveglia ha suonato inutilmente.
Purtroppo non ha suonato solo lei.
Mi ha telefonato Massimo. Sergio è morto. Ciao Sergio.