RACCONTI da MUSICASSETTA

la prima raccolta di racconti analogici

E il mio oceano ad attendermi
 

A sinistra, poi a destra e poi di nuovo a sinistra.

La ritrovo lì, a gambe larghe, la piazza spenta, afona, con le sue carcasse di drappi sgualciti e di rifiuti dopo il mercato. Fetidi cassonetti blu agli angoli, puzza di pesce , un sole anemico e ubriaco si tuffa nell’asfalto non ancora ripulito. Niente più vociare, niente più frenesia, niente colore. Una madre si allontana, le mani del piccolo nel guscio delle sue.
Le mie dita strimpellano “Bloodflowers” nell’aria pesante, ogni nota un frammento di quel viso, scolpito e levigato nella mente fino alla nausea. Un soffio di vento si ruba le lacrime, le strappa via come spille malpuntate da una mano stanca e distratta.

Sette, otto, nove, i piani di un orribile palazzo che mi pendono sopra la testa. Desideri incagliati a qualche metro da terra, amputazioni dimenticate nel vivere quotidiano.

Incessante la sua voce dentro di me. Irrompe fragorosa come mille vetri in pezzi, si arrampica incurante della freddezza, dell’incedere rapido per scrollarla di dosso. Su, su e ancora su, fino alle palpebre, ermetiche, gonfie, strizzate nell’implosione del buio negli occhi. Buio malato, sudaticcio e pappone.

Squallida pestilenza verbale, carceriera di una fugace comprensione che si adagia come piccola ape moribonda su un invitante e vellutato letto di vino. Tu, lurido, ingordo formichiere della mia anima, nutrito dall’egoismo malcelato tra piume di finzione, violenti i suoi occhi – non occhi qualunque  – e volteggi con aria lasciva nello schianto dei miei sogni: mi risucchi, mi trascini, mi rigurgiti ora qui, lontano da sguardi indiscreti, ora là, in pasto alla curiosità di un passante.

Mi lascio derubare di ciò che amo fin nei minuscoli gesti che sono la mia infinità. E ti osservo, ammutolita, impotente, senza poter dialogare con te che biascichi sordidamente i miei sentimenti. Fantasie mozzate tra le tue labbra e le sue, pennellate sanguinanti di reciproca intesa a paralizzare i muscoli, a ibernare il disagio nel cuore.

Partirò al tramonto. Cinque, quattro, tre care lettere tra le mani e un foglio bianco per sempre.

E l’oceano. Il mio oceano ad attendermi.

Paola Rizzi

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