L’ultimo pezzo di noi
Ero accanto a lui, nella stessa stanza, ma era come se fossi lontana chilometri e anni.
Bloccata, ferita, delusa da me stessa. Desideravo solo che quel giorno finisse. Avrei voluto poter chiudere gli occhi e ritrovarmi senza rimpianti nella mia casa, nella mia camera, tra le mie cose. Libera di ridere. Libera di piangere. Libera di spegnere e accendere i pensieri.
Continuavo ad evitare i suoi occhi, ad urtare contro il suo sguardo senza mai centrarlo.
Ogni cosa di lui mi irritava, mi infastidiva, mi spingeva a desiderare di essere anche fuori, al freddo, sotto la pioggia battente, in balia dei fulmini, piuttosto che continuare a condividere la sua stessa aria.
Il suo profumo mi nauseava. I suoi tic mi bruciavano dentro. Il suo lavorare, a dispetto del mio far niente, mi faceva impazzire.
Aver discusso, aver preso in faccia i suoi insulti e le sue accuse, mentre me ne stavo immobile a non dire neanche una parola in mia difesa, era un film che la mia mente continuava a proiettare nell’aria morta di quella stanza. Senza pause per respirare.
Soffocavo. Sentivo la mia testa scoppiare e racchiudere un altro temporale. Più violento.
Io ero seduta lì, ad aspettare, a rimuginare, mentre lui, calmo, ticchettava la tela di pennellate color oro.
Mi allontanai. La camera in stile ottocentesco, con mobili in noce e tende broccate e pesanti alle finestre, era ampia per due sole persone, come noi. Eppure io la sentivo come cucita addosso.
Seduta sul bracciolo del divano, poggiata al termosifone bollente, aprii la finestra e lasciai che l’aria fredda dell’autunno mi schiaffeggiasse senza preavviso.
Potevo sentire la punta del naso perdere sensibilità, i capelli arruffarsi, le orecchie indolenzirsi, a dispetto della pancia, attaccata al calore forte, quasi crudele.
Per un po’, riuscii a fingere di essere in un altro posto. Ascoltavo il rumore della pioggia. La chioma dell’albero accanto all’albergo, danzava con il vento. Tra quelle foglie, cominciai a vedere l’espressione del suo volto.
“Tu usi me, come stai usando lui.. e sai una cosa? Forse anche io non sto facendo altro che usarti. Pensaci, Nicole”. Freddo. Da una finestra poco distante, nella pioggia, cominciarono a risuonare note di chitarra. Dolorose. Come graffi. “Babe I’m Gonna Leave You” dei Led Zeppelin.
Una lacrima tagliò la mia guancia, segandola. Poi un’altra. E un’altra. Lacrime confuse con quelle di un cielo troppo grigio.
Lasciai ancora che il freddo congelasse i pensieri che mi stavano tormentando, per non ascoltarli più. Bastava aspettare che la notte passasse e poi sarei tornata a casa. Lui sarebbe scomparso ancora e io avrei ricominciato a vivere della sua assenza.
Ma perché ero lì? Perché avevo deciso di seguirlo?
Quando la pioggia cominciò a picchiare più forte, chiusi la finestra e scivolai dal bracciolo, sul cuscino. La musica lentamente finì e tornai a quel silenzio.
Sulla pelle, solo il rumore del pennello veloce.
Senza pensarci, afferrai la borsa dall’altra parte del divano. Cercai il mio taccuino e una penna. Cominciai a scrivere.
Per un istante, non sentii più i suoi tocchi di colore. Istintivamente, alzai lo sguardo e lo sorpresi a fissare la mia mano. Poi guardò me. Affondò quegli occhi nei miei. Mi frustò con le sue ciglia nere, per l’illusione di un secondo e tornò alla sua tela.
Rimasi a guardarlo. Immobile. Per quanto mi irritasse, per quanto mi ferisse, non potevo fingere di non sapere perché fossi lì. Scuse ufficiali e lavorative, a parte, il mio stupido cuore sapeva più di quanto volessi ammettere e avrebbe potuto ricamare ben altre ragioni.
Provavo qualcosa di così forte e in contrasto. Tutto di lui mi attirava a sé. Ma niente riusciva a farlo, come il grigio dei suoi occhi. A volte erano segreti specchi, in cui si disegnavano i tratti spezzati della mia anima.
Il suo profumo, i suoi passi goffi, il modo in cui la maglietta, che indossava mentre lavorava, dipingeva la linea del suo busto, le braccia sottili, ma forti quando ti stringevano. Niente era neanche lontanamente paragonabile alla profondità del suo sguardo.
Certe notti, ripensando a ciò che stavo vivendo, nel silenzio della mia stanza, riuscivo a sentire i lamenti della mia paura di innamorarmene. La dipendenza, i battiti accelerati, il respiro spezzato, il bisogno e la necessità di ascoltare la sua voce, la sofferenza, la dolcezza, la paura dell’abbandono.
Tutto mi girava nella mente come un avvertimento, ma la bellezza dei suoi occhi andava oltre. Oltre la paura. Oltre l’abbandono. Oltre il tempo. Oltre la mia ragione. Li avrei osservati per ore, contando i battiti di ciglia, i cambiamenti di colore dal verde al grigio, per vederli sorridere o immaginare un mondo nuovo.
Ed era un innovativo, un fantasista esperto, sapeva vedere là dove gli occhi di tutti non sanno guardare.
Lui sapeva guardare. Guardarti dentro o semplicemente guardare un tramonto, trovandoci infinite sfumature nascoste e speranze per il giorno successivo. Sapeva vivere di giorno in giorno, senza lasciarsi fregare dalla paura per il futuro. Sapeva vivere della sua arte, facendosi bastare la vendita di un dipinto fino a quando non avesse avuto una nuova ispirazione o nuova fortuna nelle vendite alla galleria.
Non si risparmiava i periodi di magra, come quelli di improvvisa ricchezza. Tutto a suo prezzo. Non si vendeva e di certo non si sarebbe mai fatto comprare da nessuno. La sua indipendenza, la sua libertà mi affascinavano come niente prima di allora. Allo stesso tempo, il suo non appartenere a nessuno, la sua mancanza di radici, mi terrorizzava. Non puoi tener legato un bellissimo usignolo, con un filo invisibile. Non puoi tenerlo in gabbia. Non puoi impedirgli di volare via, verso cieli più belli del tuo. Non puoi costringerlo ad amare soltanto te, ad accontentarsi della tua luce, perché di cose da lassù ne avrà viste e ne vedrà sempre di più dolci e meravigliose. Cose che tu non conosci e con cui non potrai mai competere. Non puoi tenerlo stretto. Non puoi costringerlo a scegliere i tuoi rami, i tuoi fiori, i tuoi nidi. Eppure, se per puro caso, per fortuna o per magia, se per pura follia decidesse di restare, se fosse lui a scegliere te, allora tutto avrebbe di nuovo senso. L’universo, l’amore, la gioia, la sofferenza, il dolore, il freddo, il sole, il caldo, la pioggia, il tramonto, le stelle, la musica, il battito regolare del cuore, il respiro, i sogni, la magia, le fede, la morte. Tutto comincerebbe a girare. Tutto tornerebbe in vita.
Così, mi ritrovavo lì. Un attimo prima a versare lacrime segrete. Quello dopo, a guardarlo come si fa con un quadro che ami, per scoprire sempre nuovi dettagli. Cercare particolari nascosti. Osservare le sfumature di colore che te ne hanno fatto innamorare. Studiarle, criticarle e innamorartene ancora. E ancora.
L’aria si fece più calda e fuori cominciò a grandinare. Ero chiusa in una gabbia d’oro.
Provai a scorgere cosa stesse dipingendo, ma il cavalletto, una sedia di legno intagliato protetta solo da un foglio di giornale, era tatticamente disposta per evitare i miei sguardi indiscreti. Cambiai posizione. Stesi le gambe e continuai a scrivere, guardando lui.
I suoi zigomi poco sporgenti erano tinti di rosso. Le sue labbra imbronciate. Le sopracciglia increspate. Socchiudeva gli occhi, si avvicinava alla tela per poi allontanarsi di nuovo e riaprirli.
Le dita erano sporche di bianco, di rosso e d’oro. Come il colletto della sua camicia bianca.
Un ciuffo di capelli cadde sulla sua fronte e, con un gesto quasi infantile, lo riportò dietro l’orecchio, sporcandosi di polvere dorata. Senza saperlo, era diventato la sua vera opera d’arte.
I suoi occhi sembravano specchiare ogni colore e guardandoli dimenticai ogni parola. Ancora una volta, i fulmini, rimasero fuori dalla nostra stanza. Ero offesa. Forse usata. Ma troppo incosciente per scappare nella direzione opposta.
Quella notte, lontana dalle nostre case, lontana dalle nostre vite, ogni cosa detta dalla tua rabbia, dalla tua gelosia.. era vera. Avevi ragione.
Lasciai correre quel tempo, senza autodifesa. Mi avevi ferita. Tagliata. Lasciai correre, senza sapere che quella sarebbe stata l’ultima lite. Senza sapere che tu, Ed, stavi dipingendo la parola FINE, tingendola di rosso e oro. Da allora, nei giorni di pioggia, posso sentirti.
Nello sporco delle nuvole ci sei tu, dallo sguardo concentrato e attento, che armato di pennello disegni un nuovo cielo da guardare. Scendi lento. Fai male. Nella pioggia ci sono lacrime che tu non hai voluto asciugare. Nella pioggia c’è quell’ ultimo pezzo di noi.