L’illogica allegria
Sono le quattro di un mattino qualunque. No, non è vero. Sono le quattro di mattina ed è il dodici settembre. È lunedì, questa volta. L’anno scorso no. L’anno scorso era domenica e ricordo esattamente un gran parlare di neve. Non riesco a contestualizzare, ma, potrei giurarci, si parlò di neve per quasi tutto il pomeriggio. Mangiammo pesce fritto. Il mare era piatto e nero. Per paura dell’autunno, ci inventammo un inverno precoce fra totani, patatine e sorsi di birra. Oggi è lunedì e non succede niente. No, non è vero. È lunedì e non è ancora successo niente. La sveglia è puntata alle sette. Il cielo pare volgere al sereno. Anche nel buio riesco chiaramente a distinguere le virgole di nuvola che si preparano ad apparecchiare una bella colazione di sole. L’aria è frizzante. Il pigiama di cotone va benissimo. La mezza manica non è stata una cattiva idea. No, non è vero. La mezza manica è stata una pessima idea. La coperta di lana adagiata sul copriletto di lino lo dimostra chiaramente. Sarebbe stato meglio indossare una maglia a maniche lunghe. Ma va bene così. L’abat-jour è accesa. Sul pavimento i fogli buttati a casaccio disegnano ombrelloni. Se il pavimento fosse una spiaggia sarebbe una spiaggia libera, una di quelle che a guardarle dal mare sembrano appuntate alla costa con mollette colorate. Non è ancora successo niente. La caffettiera non si è ancora bruciata, la maglietta bianca è ancora pulita, le mani non tremano, non ancora. Il telefono non ha squillato. La strada è sporca da ieri sera: la lavano alle sette, quando suona la sveglia. La mela indossa ancora la pelle. I piedi sono nudi, le scarpe nell’armadio, il tappo sulla penna, il sonno attorno agli occhi. La banca è chiusa, il pane nei forni, i cani aspettano sugli zerbini. Non è ancora successo niente. Ci sono solo i fogli sul pavimento. Bianchi. Non ho scritto niente. Non sono riuscita a scrivere niente. Volevo fermare sulla carta l’odore delle lenzuola, il colore delle caramelle gommose, il calore del vino rosso, delle chiacchiere, delle note. Volevo raccontarti un segreto, un aneddoto, le regole di un gioco che facevo da bambina. Volevo rubare a settembre le sue t e la sua m ed inventarmi una parola nuova che le contenesse. Volevo, volevo, volevo. Volevo scrivere una lettera, scriverla a mano, tirando delle righe dove avessi sbagliato; una di quelle con le macchie d’inchiostro, con i baci lasciati fra le righe, come si faceva una volta: un breve manoscritto notturno, che fosse prima di noi e dopo l’attesa. La porta è chiusa, i gatti dormono, ho sete. Berrò più tardi, quando sarà il tempo per le cose di accadere. Berrò, sceglierò un vestito, stenderò i panni ad asciugare. Laverò via questa notte, la tua faccia, il mio tacere. Ti lavo via, caro sconosciuto. Lavo via l’occasione, l’ostacolo, le briciole. Rifaccio il letto e ti lavo via, come fossi stato qui e fosse ora di dimenticarlo. Ciao, mi chiamo Linda, ho trent’anni, lavoro sotto casa tua. Ciao Bruno, dicono ti piaccia la pasta al sugo e leggere sulla sdraio fumando sigarette rollate a mano. Dicono che correvi, che hai una bambina bruna, che il tuo odore ricorda il cuoio, perché di mestiere sei calzolaio. Ho comprato il disco di quella canzone, quella che canti ogni santa mattina. Da solo, lungo l’autostrada, alle prime luce del mattino, a volte spengo anche la radio e lascio il mio cuore incollato al finestrino. Fa così, parole semplici e bellissime e mi è piaciuta subito. Sono fatta così, come i miei capelli: timidi e curiosi; sembra sempre io debba scappare all’improvviso, proprio come loro. Guardo di lato ma tendo verso l’alto, come fosse sempre da un’altra parte il posto giusto per me. Lo so, del mondo e anche del resto, lo so che tutto va in rovina. Bruno caro, come è vero. La fine del mese, la luce da pagare, la voglia di un bel vestito e farsela passare con un paio di calze colorate comprate al mercato. Poi ti regalano un gerbera, al mercato: torni a casa, la metti nel vaso accanto al fornello e anche il riso bianco è un pochino più buono. Alla fine avete ragione voi, tu e la tua canzone: càpita così, di stare bene, all’improvviso, nonostante tutto, magari perché un cristiano con i riccioli e un libro in mano attraversa la strada con il solito passo ciondolante e tu sei lì a guardarlo e quel passo è un tramonto, una poesia, un punto esclamativo fra l’ultimo numero di Vanity Fair che hai in mano e il sorriso di circostanza regalato alla signora che sperava ci fosse Garko in copertina. Vendo giornali. Sotto casa tua. Il secondo turno del mattino. Piaci alle donne e le donne mi parlano di te. Io arrossisco, cerco il resto e faccio finta di niente. Ti preparo la cena ogni sera da tanto tempo. Forse ad averlo saputo avresti anche portato un dolce. Questa notte non ho dormito, caro Bruno. Il perché ha un nome e ieri indossava un vestito verde. È bellissima e sorride anche con le mani. Cosa posso farci? Non ho dormito per scriverti, per dirti che ci sono, che ho imparato a memoria tutte le canzoni di Giorgio Gaber, che il rosso ti dona più del marrone, che sei la mia Illogica Allegria; che devo dirti addio o non vado più da nessuna parte, ma sono felice per te, per chi ti conosce davvero, per i regali che tuo malgrado mi hai fatto, un giorno alla volta, un miraggio alla volta. Ciao Bruno, mi chiamo Linda: ti amo da un secolo, mi sembra, ma è lunedì e questa volta devo andare, prima che anche oggi le cose accadano senza di me. Questa lettera è per te. Peccato non averla mai scritta.