La sciarpa grigia
Lui arriva, parcheggia, resta seduto in auto, il finestrino leggermente abbassato per fare uscire il fumo di sigaretta. Lo vedo dalla finestra dell’ufficio, la tazza di tè ormai freddo in mano. E’ quasi orario di uscita, lui è in anticipo, si vede che non ce la fa più a trattenere il suo segreto, mi deve vedere e parlare. Me l’ha detto anche al telefono ieri sera “Claudia, voglio vederti. Devo parlarti. Domani, subito”, quel subito buttato lì con impazienza, ansia, quasi a pretendere che capiti nel prossimo minuto.
So cosa vuoi dirmi. Lo so perché ti ho visto mentre la baciavi. Tu non mi hai notata ma io c’ero, stavo entrando al cinema, era una bella sera di febbraio. Tu avresti dovuto essere a Roma per lavoro e invece eri lì, fermo davanti al portone illuminato di una bella casa del centro, avvolto nella tua sciarpa grigia con le frange rosse che mi piace tanto, le tue labbra appoggiate sulle sue. Non ho guardato lei, non so se era bella o no, bionda o mora. I miei occhi continuavano a fissare la tua sciarpa, increduli che dietro ad essa ci fossi proprio tu.
So cosa vuoi dirmi e non vorrei mai uscire da questo ufficio. Vorrei trovare una scusa, uno straordinario, un malessere grave per non scendere e non vederti. Ma questo non risolve le cose, le rallenta soltanto e alla fine le trasforma in un’agonia silenziosa che ti uccide a piccoli fotogrammi. È meglio affrontarle allora, di corsa, velocemente così feriscono di meno, o almeno sembra. Afferro il cappotto e corro giù dalle scale; non saluto, non aspetto l’ascensore con gli altri, mi dimentico sciarpa e guanti in ufficio.
Busso gentilmente al finestrino prima di salire, per non spaventarti. Mi accorgo che hai lavato l’auto, l’hai pulita dentro e fuori e hai sistemato anche lo specchietto retrovisore che si era incrinato tempo fa.
Mi siedo senza guardarti in viso, fisso il vuoto davanti. Alla radio stanno trasmettendo November rain: “Nothin’ lasts forever and we both know hearts can change”, è quasi una profezia. “…And it’s hard to hold a candle in the cold November rain”; fuori c’è una serata limpida di marzo e dentro l’auto scorre la pioggia di novembre. Su me e su te, sul mio vestito a fiori e sulle tue scarpe sportive. Amore mio come siamo arrivati a questo? Io e te siamo una cosa sola, la mia anima è fusa con la tua, il mio cuore ti appartiene. Sento le lacrime che affiorano copiose e non le trattengo. Aspetto le parole che spegneranno le mie speranze di invecchiare insieme a te, di noi due ancora innamorati tra venti e trent’anni.
“Cosa succede? Non stai bene?” mi chiedi allarmato e ti sporgi verso di me. Non rispondo, non posso, le lacrime mi strozzano. Allora prendi il mio viso e lo giri verso di te, con dolcezza e premura. “Claudia cos’hai? Ti prego rispondimi…”. Allora alzo gli occhi, ti guardo, osservo il tuo profilo tra le ciglia umide. Poi un dettaglio, un colpo d’occhio, un flash improvviso mi ferma le lacrime e mi fa spalancare gli occhi. La sciarpa grigia ti avvolge il collo, calda e morbida come me la ricordavo. Ma le frange non sono rosse, sono blu…blu…blu! “La tua sciarpa” balbetto “l’hai cambiata?”. “Ma che dici? “mi guardi con il punto interrogativo sul volto. “E’ sempre la solita, ce l’ho da un anno, non ricordi? L’abbiamo comprata insieme, io la volevo con le frange rosse ma tu hai insistito tanto per prenderla con le frange blu, dicevi che il rosso è volgare e il blu elegante. Ma che ti succede oggi? Sei strana..”.
All’improvviso mi sento rinascere e provo una gioia incontenibile. Le lacrime lasciano spazio al sorriso, ti abbraccio e ti bacio. So che penserai che sono matta, ma te lo lascio pensare. Sì, sono matta, ma non mi importa, sono felice. Anche se ora mi chiedo cosa volessi dirmi di così urgente. Respiro a lungo, dieci venti secondi che sembrano un’eternità. Poi te lo chiedo, tu sei ancora stranito, confuso dal mio comportamento, divertito forse e con una luce strana negli occhi. “Ieri non sono andato al lavoro . Sono stato in giro a cercare una cosa e l’ho trovata. Volevo mostrartela subito, non posso aspettare”.
Ti volti verso il sedile posteriore. Io seguo il tuo sguardo, tutto sembra come al rallentatore, come in uno di quei video musicali che mi piaceva guardare in tv qualche anno fa. E all’improvviso capisco. Capisco la tua impazienza, la tua telefonata, il tuo sguardo carico di aspettativa. Capisco tutto e sorrido. Perché in quella scatola di cartone anonima e umida di pioggia c’è tutto il nostro futuro.