Candido
A diciassette anni mi innamorai per la prima volta: lui era il Kurt Cobain dei poveri e aveva letto e riletto Trainspotting; per questi e per altri motivi (vedi, per esempio: indossare con nonchalance vistosi occhiali da sole femminili) aveva trovato, in brevissimo tempo, la combinazione del caveau dei miei sentimenti tardoadolescenziali.
L’avevo conosciuto a Pasquetta e dimenticato il giorno dopo, l’avevo riscoperto il Ferragosto dell’anno successivo e non era neanche arrivato il momento di pensare ai regali di Natale, quando mi lasciò crudelmente per telefono. Ma comunque.
In quel periodo non potevo ancora salire in macchina con gente che mia madre non conoscesse personalmente, si poteva fare uno strappo alla regola solo per i fratelli maggiori dei miei migliori amici, ma non per tutte le altre conoscenze e relative parentele. La cosa non fu un problema, visto che lui (che d’ora in poi chiamerò Candido, non perché fosse il suo nome e neanche perché mi piace Voltaire, ma forse solo perché è il suo cognome….sssth!) aveva una Tempra bianca, identica a quella del padre di una mia amica, quindi mia madre non ci prestò mai tanta attenzione (solo una volta fece notare al padre di Serena quanto fosse disponibile a farci ogni sera da autista e lui, che era divorziato, non la contraddisse, anzi prese la considerazione di mia madre come una scusa per attaccare bottone. Qualche mese più tardi di bottoni ne attaccarono parecchi, effettivamente. Ma non posso raccontare un’altra storia in parentesi. Quindi torno a Candido).
In quei pochi mesi scoprii tantissime cose che, invece di far affievolire il mio innamoramento come avrebbero dovuto, lo fecero impennare ai massimi storici perché, evidentemente, la sincerità in adolescenza paga: era vero che aveva letto Trainspotting, ma gli altri libri che leggeva erano quei bestsellers che odiavo tanto e non era mai riuscito a finire I sotteranei che gli avevo regalato con tanto di dedica pseudoerotica (da quella volta, l’ho regalato a tutti, e dico tutti, i miei uomini a mo’ di test d’ingresso); indossava Converse nere e camicie quadrettate che mancomiononno, ma suonava in una cover band dei Black Sabbath, il suo codice pin sul cellulare era 0666 e voleva farsi tatuare un qualche simbolo satanico dietro l’orecchio; in più non gli piacevano i sospiri, ma questa cosa merita un capoverso tutto suo.
La Tempra bianca di Candido aveva un autoradio vecchissimo, c’era una matita conficcata non so bene dove per tenere dentro la musicassetta, e noi non lo usavamo quasi mai; i sedili invece erano abbastanza comodi e non fu poi così peregrina l’idea di dare sfogo agli ormoni proprio in quell’abitacolo puzzolente di nicotina. Sarebbe inutile soffermarsi sui dettagli di quella tipologia di sesso, il sesso da prima volta insieme, quei brevi momenti in cui fai il paragone con gli altri (pochi) ragazzi e tutto ti sembra molto meglio e poi torni a concentrarti subito sul sesso in sé, perché a diciassette anni, dopo tre Tennent’s, ti serve davvero un po’ di sana concentrazione, anche se questa non ti impedisce di farti troppo indietro con la schiena e suonare accidentalmente il clacson, nel bel mezzo di una campagna ai confini del mondo – ci siamo intesi, quel sesso. Bé, insomma, non ero un’esperta sull’argomento, ma riuscivo a non imbarazzarmi guardando Loveline insieme a mia madre e la cosa mi faceva sentire abbastanza “emancipata” (all’epoca lo pensavo probabilmente senza le virgolette), cercai dunque di trattenere lo stupore quando mi disse che odiava i sospiri. Proprio così “Odio i sospiri, metto un po’ di musica per coprirli”, tac! Una mano sull’autoradio e partì Mr. Crowley di Ozzy Osbourne. Candido si ristese sulla schiena, canticchiando “Diiiid iu tolc widddedeeeed?”, mentre io gli baciavo il collo cercando invano di recuperare un po’ di atmosfera. Pensavo all’auto vista da fuori, poi pensavo alla mia frangetta incollata sulla fronte, poi mi riconcentravo sul sesso, sesso, sesso. Ma niente, qualsiasi cosa facessimo lui continuava “Yooor laif stail tu mi siiiim so tregic”. Non si sentirono più sospiri, quella sera, e non perché Candido e Ozzy li stessero coprendo alla perfezione, semplicemente smisi di emetterne: tornai sul mio sedile e, siccome a Loveline non avevano mai parlato di un’eventualità del genere, improvvisai e decisi che accendere una canna fosse la cosa migliore per dissimulare imbarazzo e costernazione. Lui continuava a cantare; evidentemente, era felicissimo e la canzone durava il tempo necessario per dimostrarlo fino in fondo.
In un batter d’occhio arrivò novembre e se fai il quinto al liceo, novembre lo passi a cercare di capire Kant, a fare una ricognizione della tua inadeguatezza nello studiare e, pertanto, a rivalutare tutte le tue relazioni sociali. Inutile dire che io fossi la prima della lista, tra le relazioni di Candido da rivalutare: venni dunque rivalutata e cancellata qualche giorno dopo l’Immacolata, presi un aereo e me ne andai a Londra per un po’ e quando tornai mia madre era innamorata del papà di Serena, ma io non lo sapevo (vidi una Tempra bianca parcheggiata vicino casa mia, il cuore mi arrivò in gola per tornare subitaneamente al suo posto, quando spiando all’interno notai le Merit Slim che, ovviamente, non potevano appartenere a Candido).
La vita, tutto sommato, sembrava aver preso un corso regolare e, solo per pochi altri giorni, continuai a fare quello che avrebbe fatto qualsiasi ragazzina della mia età: ascoltavo col repeat quell’odiosa Mr. Crowley, struggendomi e chiedendomi se mi sarei mai innamorata di nuovo in quel modo, poi un martedì scacciai la domanda, ripresi ad ascoltare le cose che mi erano sempre piaciute e mi stappai una birra. Ci si sente terribilmente, meravigliosamente soli, alle volte.