RACCONTI da MUSICASSETTA

la prima raccolta di racconti analogici

Mimi

C’è il sole e una brezza lieve agita appena l’erba, trasformando le colline in una gigantesca bestia addormentata dal respiro lento. La ragazza respira a ritmo di quel respiro. Se ne sta appoggiata ad un vecchio steccato in rovina , la testa abbandonata contro uno dei pochi pali ancora in piedi, le gambe allungate di fronte a sé.
Tra le mani stringe una radio portatile. È un oggetto che nessuno usa più, nemmeno in spiaggia: i ragazzini tamarri preferiscono portarsi direttamente il cellulare e sparare la musica distorta da quelle piccole casse incorporate negli ultimi modelli. Anche lei ha un telefono di quel tipo, ma preferisce quella radio.
È uno dei pochi aggeggi elettronici che il fango dell’alluvione ha risparmiato, nascosta com’era sopra un’alta libreria, la stessa che nascondeva musica vecchia e libri ancor più vecchi. Riscoprire tutta quella roba è stato strano, le ha fatto un effetto particolare. 
Viola osserva quel cd mentre la canzone finisce e subito ricomincia, intrappolata in quel ciclo dal tasto del repeat. Un cantante giapponese appartenente al filone del visual kei*, colorato ed insolente, ne occupa la copertina. Da quanto non sente quella roba?

Cinque anni.
Mimi adorava quel cantante così come adorava le band oshare e tutto quello che era colorato e divertente e romantico. Viola aveva sempre preferito il visual kei più cupo, ma non sapeva dire di no a Mimi e finiva sempre per ascoltare anche quella roba.
Cinque anni sono un tempo molto lungo.
In realtà quel tipo non era poi malaccio; quella canzone era stata la colonna sonora di una loro intera estate. Chissà che fine ha fatto lui, se è ancora in giro o no. Da anni non ascolta più quel tipo di roba.
Da quando Mimi se n’è andata.
Sospira, esercitando una leggera pressione sul palo alle sue spalle. Il legno le gratta fastidiosamente la nuca ed il collo sotto i capelli corti, ma non le importa. Le sembra solo impossibile che il sole sia tornato così in fretta dopo quello che è successo, dopo che quella massa d’acqua si è riversata sulle loro case. Non è un sole caldo; anche attraverso il giaccone pesante la brezza fredda la sferza, senza che quei raggi deboli riescano a scaldarla. Però è sole, percepisce la sua fiammeggiante luce attraverso le palpebre chiuse, un mondo in rosso che le ricorda l’estate.

Mimi è partita d’estate, me lo ricordo come se fosse ieri. Mi ricordo ancora di quando l’ho accompagnata all’aeroporto. Non avrebbe dovuto essere una così bella giornata, il cielo non dovrebbe essere così blu quando succedono cose tanto brutte.
Mi ha preso la mano tra le sue e l’ha stretta forte. Suo padre ci guardava da qualche metro di distanza, con quella sua aria impassibile e spocchiosa ed una ventiquattrore in mano. Sono sicura di aver ricambiato lo sguardo mettendoci un bel po’ di odio dentro, sperando che lo notasse: ma lui non mi ha considerato. Ha sempre pensato che fossi qualche specie di strano animale a due zampe.
« Non è per sempre » mi ha detto Mimi, già stava frignando. Le ho dato un buffetto sulla testa, cercando di fingere che non mi facesse male da spezzarmi il cuore. Le ho detto qualcosa sugli strafighi che avrebbe incontrato in Giappone e su quanto in fretta mi avrebbe dimenticato ma lei ha negato, stringendomi le mani ancora più forte.
« No! Non succederà mai! Ascolta, Vivi.»
E io l’ho ascoltata perché la ascoltavo sempre, ascoltavo qualsiasi cazzata dicesse, parlasse di cucina o vestiti o ragazzi o trucchi o musica. Ascoltavo e ascoltavo e ascoltavo.
« Tornerò a prenderti. Adesso mi sistemo lì e appena tutto è a posto vieni anche tu, faccio trovare a papà il modo. Sarà una figata vedrai, staremo sempre insieme e faremo un sacco di cose pazze. Capito, Vivi? Tornerò a prenderti, è una promessa.»

Le promesse sono pericolose, Viola lo sa bene. Ma tanti anni prima non lo sapeva e si fidava di Mimi, si fidava della sua unica amica. La amava con una dedizione assoluta e patetica, con l’affetto di un cane al guinzaglio. Ma come poteva fare altrimenti? Mimi era stata l’unica persona ad accettarla per quello che era, da subito, senza fare mai domande. Non la ricordava nemmeno, la vita senza Mimi, e quella insieme era stata meravigliosa. Mimi le aveva insegnato di tutto, da come abbinare i vestiti a come stare insieme agli altri ragazzi della loro età senza riempirli di pugni alla minima offesa. Insieme avevano cantato a squarciagola in stanze troppo calde, avevano ascoltato musica straniera di gruppi che solo loro conoscevano, avevano parlato in giapponese semplicemente per tenere i segreti, avevano fatto cose pazze ed irripetibili, tutte le cazzate tipiche dei bambini prima e degli adolescenti poi.

Finché Mimi non se n’era andata, finché i suoi genitori non si erano separati e lei era tornata a casa sua, lontano, in quella terra che Viola conosceva solo per i suoni della sua lingua e della sua musica.

Guardavo la cartina che avevo appeso davanti alla mia scrivania, calcolavo con le mani la distanza tra l’Italia ed il Giappone. Che fuori ci fosse il sole o nevicasse, ci appoggiavo le mani e contavo.
Non è molto – dicevo a me stessa – non è molto, non oggi, non tra me e Mimi.”
Invece lo è, come sono molto cinque anni, come cinque anni che sono mille e ottocentoventicinque giorni e forse anche qualcosa di più. 
Ho aspettato e aspettato e aspettato. Cartoline o telefonate o mail o qualsiasi cosa. All’inizio qualche mail, poi pian piano sempre di meno, poi basta, senza nemmeno un indirizzo vero al quale scrivere.
Dopo tutte le belle parole, essere dimenticati è orribile. Ho cercato di dirmi che non mi importava, che era naturale, ma non è mica vero, come può esserlo quando vuoi così bene a una persona? Ho guardato la cassetta della posta e la mia casella e-mail per mille e ottocentoventicinque giorni di seguito e forse qualcuno di più.

Viola sospira di nuovo ed apre gli occhi. Pensa al caso. Pensa che se non ci fosse stata quell’alluvione che le ha riempito la casa di fango non avrebbe mai ritrovato quel vecchio cd. L’avrebbe probabilmente riscoperto tra anni, quando non avrebbe più significato assolutamente nulla per il suo cuore indurito, quando Mimi sarebbe stata solo un’ombra lontana nei suoi pensieri.
L’aveva ascoltato perplessa ma con ogni nota era riaffiorato qualcosa. Istantanee di un’estate stupenda che in qualche modo aveva rimosso e di tutte le estati prima di quella, il peso di un affetto che aveva riempito la sua vita e l’aveva lasciata vuota quando era scomparso.

La prima notte dopo l’alluvione, quando ci hanno evacuato, dentro quella palestra piena di gente e di puzza e di sudore me ne stavo con gli occhi sbarrati al buio, senza nessuno con cui parlare, senza nessuno su cui fare affidamento, senza nessuno a farmi coraggio, sola come un imbecille in mezzo ad un deserto senza nemmeno una goccia d’acqua. Me ne stavo lì e faceva maledettamente schifo, faceva schifo e mi sono resa conto che nella mia vita non c’era niente di meglio, era solo una vita vuota che si trascinava di giorno in giorno verso altri giorni privi di tutto. E ho pensato a Mimi, a Mimi che era partita e mi aveva lasciato, mi aveva abbandonato e dimenticato in favore dei suoi nuovi amici più fighi. Ho pensato alla vita che avevo quando lei c’era, ho pensato che ero stata felice e che potevo solo ricordarmi come fosse essere felice, perché non rido più davvero da anni, probabilmente da mille e ottocentoventicinque giorni e forse qualcosa di più. Ho pensato che mi aveva promesso di continuare a riempire la mia vita ma se n’era semplicemente dimenticata, buttandomi via come un paio di scarpe vecchie.

Viola conosce bene il potere della musica. Suona la batteria da anni, con poca passione ma parecchia disciplina, ma sa bene che a volte ci sono canzoni che toccano le corde giuste nel modo giusto, che spingono e premono e significano qualcosa. A volte ci sono parole messe in un ordine chiaro e cristallino che dicono esattamente quello che si vorrebbe dire ma in un modo migliore, più preciso, più netto.
Viola osserva di nuovo la copertina del cd ed ascolta la voce che canta dalla radio. Ha quasi la sensazione che lui sia lì con lei e possa vederla, che con quelle parole eruttate dalla radio stia parlando proprio con lei. Sa che è un’idea idiota ma non riesce a togliersela dalla testa, mentre canticchia a tempo con la canzone che è ricominciata per l’ennesima volta. Volge la radio verso il cielo, come se attraverso un mondo intero di distanza Mimi potesse sentirla e ricordare, perché quella canzone dice tutto quello che lei pensava il giorno che si sono lasciate ma lo dice meglio.

Avevo tutta l’intenzione di venire da te, Mimi. Pensavo davvero che non esistesse cosa capace di separarci, e non ho mai voluto bene a qualcuno così. Eri la persona più importante della mia vita, la mia sola e vera famiglia.
Continuo a pensare a quel giorno, continuo a pensare al nostro passato, a quanto ci volevamo bene, a tutto quello che avrei dato e fatto per te, a quando ti consolavo se piangevi, a quando ti facevo ridere e a quando prendevi le mie difese se qualcuno parlava male di me, continuo a pensarci e vorrei cancellare tutto se per te va bene così, ma non ci riesco.
La nostra amicizia era una fiaba, certo, ma credevo che certe fiabe potessero ancora esistere, che il mondo non fosse proprio un posto cinico e freddo e buio.
Come faccio a perdere questa speranza e continuare a vivere, me lo dici?
Significherebbe che non esiste nulla di sacro, che non c’è persona per cui valga la pena di impegnare la tua anima col diavolo, che alla fine siamo tutti polvere e moriamo e la vita è stata solo un’inculata. Chi vuole vivere così, Mimi? Io rivoglio la mia magia, voglio quella vita in cui sapevo ancora come essere felice e non mi limitavo a ricordarlo e basta. E se non posso averla, se in quello che avevamo non c’era niente di vero voglio sentirmelo dire in faccia, così come mi hai detto che saresti tornata a prendermi, con le lacrime agli occhi e le mani che stringevano le mie. Se la mia vita è inutile voglio sentirmelo dire, non leggerlo tra le righe dell’assenza di una e-mail.

Viola si ricorda il giorno in cui si sono separate. Era un bel giorno di sole, un giorno d’estate caldo e limpido, ed è rimasta a guardare l’aereo innalzarsi nel cielo, pensando che a volte le persone sono così, come scie di fumo che attraversano il cuore e poi scompaiono, mentre altre volte lasciano solchi nell’anima come cicatrici.
Quella canzone gliel’ha ricordato. L’ultima canzone che hanno sentito insieme mentre Mimi faceva i bagagli, l’ultima che hanno cantato all’unisono, la canzone che raccontava la storia della loro amicizia in parole semplici che però non avrebbero potuto spiegarla meglio.
Viola la sente ricominciare ancora, ostinatamente punta la radio verso il cielo. Pensa al Giappone. Pensa che ha dei risparmi in banca, soldi accumulati lavoretto dopo lavoretto e regalo dopo regalo. Pensa che potrebbe andare su internet e comprare un volo e colmare una volta per sempre quella distanza di cinque palmi sulla mappa. Pensa che ai suoi genitori non importerà, purché si tolga finalmente dai piedi. Pensa a quando ha sentito quella canzone di nuovo, come se fosse la prima volta, a come l’ha afferrata direttamente al cuore e le ha fatto ricordare e capire. In maniera cristallina, come quel cielo da cui la pioggia è improvvisamente scomparsa. Pensa a come tre minuti e quattro note abbiano cambiato tutto, ricordandole un mondo che aveva smesso di esistere ma che dopotutto forse esiste ancora, solamente più lontano
A cinque palmi, e circa mille e ottocentoventicinque giorni di distanza.

[Caro amico mio, guarda il cielo, adesso stiamo guardando lo stesso cielo
Non importa quanto siamo distanti, stesso mondo, stessa generazione
noi, come il cielo ed il mare, se potessero essere connessi da qualche parte]
[Caro amico mio
se potessi seguire quelle nuvole, mi chiedo se mi condurrebbero alla tua città]
[ Dì “ciao”
ho provato a gridare forte il tuo nome nel cielo
Mi manchi davvero, ma non posso nemmeno vederti nei miei sogni]
[Come, se solo potessi volare libero nel cielo come quegli uccelli]
[Solo, non ci sono ali per me
posso invece abbracciarti con queste mani
così forte, come se invidiassi gli uccelli]
[Caro amico mio
se potessi afferrare quelle nuvole, mi chiedo se mi porterebbero dove sei tu]
[E se ci incontreremo di nuovo un giorno, la prossima volta ti stringerò forte la mano
in modo da non perderti]
[come un uccello, come un vento]

Diletta Fabiani

*La canzone a cui si riferisce non è molto conosciuta. Si intitola “Dear my friend -Tegami wo kaku yo-” (Caro amico mio -Ti scrivo una lettera-) ed è una vecchia canzone del cantante giapponese Miyavi.
Miyavi appartiene ad un genere musicale giapponese chiamato Visual Kei, una buona introduzione la trovate qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Visual_kei e una presentazione del cantante qui: http://it.wikipedia.org/wiki/MIYAVI . Nel testo è riportata la traduzione in italiano del testo giapponese.

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