<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" version="2.0"><channel><atom:link rel="hub" href="http://tumblr.superfeedr.com/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"/><description>la prima raccolta di racconti analogici</description><title>RACCONTI da MUSICASSETTA</title><generator>Tumblr (3.0; @raccontidamusicassetta)</generator><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/</link><item><title>#26: Martino e lo spirito del vecchio Syd di Angela Bonifacio e Alessandro Arena // The man in me (Bob Dylan)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt; Martino e lo spirito del vecchio Syd&lt;/strong&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt; Si raccontano molte storie dentro questa radio. In realtà, più che storie, per me, sono delle vere e proprie leggende. La differenza fra una storia ed il suo diventare leggenda sembra banale, un dettaglio. Invece, in quel dettaglio c&amp;#8217;è l’infinito. Credo che la leggenda sia quel racconto che non afferri mai, quello spazio enorme che si trova fra te ed il racconto stesso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;!-- more --&gt;&lt;br/&gt; Una fra queste è la leggenda di Martino, 15 anni passati dentro una radio. Per essere più realistici, si tratta di una topaia raccolta intorno ad un trasmettitore. La moquette scolorita, bucata ovunque dai mozziconi di sigarette. Poster ingialliti e pieni di strappi. Completamente immersa nel regno della polvere, i cui soldatini sono quei piccoli animaletti che trovano rifugio nel buio che si instaura fra i cumuli di carta.&lt;br/&gt; Martino ci stava seduto, in mezzo a quelle vecchie riviste di musica che formavano dei veri e propri pilastri cartacei. La colonna più alta aveva il faccione di un Lucio Dalla giovanissimo, con tanto di barba, occhiali tondi e passamontagna blu elettrico.&lt;br/&gt; Una radio in disuso è un cimitero di &lt;em&gt;led&lt;/em&gt;, di &lt;em&gt;transistor&lt;/em&gt; e di &lt;em&gt;microchip&lt;/em&gt;, il tutto immerso in un involucro di ferro e plastica. Trovi giradischi vecchi, un numero considerevole di &lt;em&gt;dat&lt;/em&gt;, bobine di registrazioni, cofanetti di puntine, foto scolorite, cd, videocassette VHS, montagne di cavi, centinaia di doppie prese, carcasse di &lt;em&gt;mixer&lt;/em&gt; da 30 canali che sembrano grandi elefanti abbattuti e, soprattutto, un incalcolabile numero di oggetti circolari di colore nero, con un buco grosso al centro e dalla superficie un po&amp;#8217; ruvida per via delle incisioni: i dischi.&lt;br/&gt; Ecco, immaginate una lattoneria musicale. Fra quei rottami troverete Martino.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Martino per tutti era un tipo strano. Scusatemi, ma devo interrompere il racconto per aprire una parentesi: l’uomo si evolverà davvero quando smetterà di dire “è un tipo strano” per definire qualcuno, ma cercherà, invece, di capire che cosa si nasconde dietro a quella “stranezza”. Ma erano tempi bui e Martino restava per tutti “un tipo strano”. Quando qualcuno lo chiamava dj, lui posava il disco che aveva in mano e, guardandolo dritto in faccia, diceva: - sono un archeologo. Cerco di far tornare in vita la musica.-&lt;br/&gt; Da mezzanotte alle due di notte. Questi erano i suoi orari. Le sue parole arrivavano sempre dopo le note del suo pezzo preferito: &lt;strong&gt;&lt;em&gt;The man in me&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;. E annunciavano il titolo del programma: &lt;em&gt;Perché Bob Dylan non è andato a Woodstock?&lt;/em&gt;&lt;br/&gt; Questo titolo sembrava nutrirsi, come tutta la storia che vi sto raccontando, di qualcosa di inafferrabile. Martino, il paleontologo della musica, all’interno di quella sua speciale officina musicale, andava alla ricerca di dischi come se stesse cercando fossili e, con la stessa tecnica e precisione, li numerava e archiviava. Li cercava nel caos e, con un pennello apposito, spazzolava la polvere accumulatasi sulla loro superficie. Con un panno li accarezzava e strofinava fino a dar loro nuovamente splendore. Dava ai dischi la luce che meritavano. Li prendeva senza mai poggiarvici sopra le dita, poi ascoltava lo scricchiolare della puntina sul solco e l&amp;#8217;arrivo delle prime note. Martino cercava quel suono più di tutti, quel dettaglio imperfetto. Quell&amp;#8217;imperfezione che rende giustizia al supporto del disco, rispetto a quello del cd, alla differenza che passa fra una storia ed il suo diventare leggenda.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La leggenda racconta che Martino, quella notte di agosto, trovò in radio un 33 giri senza copertina, davvero malridotto, proprio sotto &lt;em&gt;Vamos a la playa&lt;/em&gt;, dei Righeira, che spostò con aria un po’ disgustata. Incuriosito da quel disco misterioso, che nella parte centrale risultava illeggibile, rimosse la polvere dalla sua superficie, prima soffiando delicatamente, poi accarezzandola con il suo inseparabile pennello e, per finire, con il panno che teneva nella tasca posteriore dei jeans. Iniziò in maniera delicata, proseguendo in modo sempre più vigoroso, allo scopo di evitare che quella sporcizia ne compromettesse l&amp;#8217;ascolto e danneggiasse la puntina.&lt;br/&gt; Non so se bisogna crederci. Ma, sapete, ogni volta che qualcuno decide di non credere ad una leggenda, questa inizia a perfezionarsi e ad aumentare di intensità.&lt;br/&gt; Io mi attengo ai fatti riportati da alcuni amici di Martino. Raccontano che lo strofinio del panno sul disco, come quello sull’ antica lampada magica d’oriente, tirò fuori lo spirito disperso e solitario del grande Syd Barrett.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Syd Barrett! Mica Orietta Berti, oppure Francesca Alotta! Stiamo parlando di Syd Barrett! La creatura più misteriosa del mondo del rock, l’uomo che creò qualcosa di talmente nuovo che niente fu più come prima. E lo fece in maniera spontanea, come fa un mago quando estrae un coniglio dal cappello.&lt;br/&gt; Syd Barrett, l’uomo che prese ogni singolo ragazzo di quella che doveva diventare una &lt;em&gt;band&lt;/em&gt;, ne intuì le potenzialità e, assemblandole, creò qualcosa di unico e irripetibile.&lt;br/&gt; L’uomo che creò il mito e la storia dei Pink Floyd.&lt;br/&gt; L’uomo che, durante un’ intervista, spiegando l’origine del nome del suo gruppo disse che gli era stato suggerito dagli alieni. &lt;br/&gt; Syd, l’uomo dalla provenienza sconosciuta, dalla morte misteriosa, dalla passione inverosimile per i funghi e per l’ lsd, i cui effetti lo fecero passare per malato mentale.&lt;br/&gt; Le note e le sonorità perfette che raccontavano il futuro, facevano spazio ad urla impazzite, mentre, con forza, veniva chiuso nell’armadio. Syd, inghiottito dal buio, con i suoi calci segnava le battute ed il tempo di quella che fu la musica dei Pink Floyd.&lt;br/&gt; Martino pensò tutte queste cose in un secondo, ma non riuscì a proferire parola. Syd si stiracchiò un po’. Si guardò intorno e poi si girò verso Martino: - Scusa non è che avresti qualche sigaretta? A me è rimasta solo l’ultima.- Martino non riusciva a parlare, mentre il mago, con la sigaretta in bocca, iniziava a fare cerchi di fumo che guardava fluttuare con grande interesse.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Syd interruppe il silenzio:&lt;br/&gt; - Come hai detto che ti chiami? -&lt;br/&gt; - Martino! -&lt;br/&gt; - Ok, Martino. Senti, cerchiamo di farla breve, anche perché io non parlo da anni e non ho intenzione di incominciare a farlo stasera. Sono un mago, come tutti i maghi che si rispettino e vengono fuori da qualcosa di speciale: lampade, bauli, ecc. Soddisfo desideri. Quale desiderio vuoi che io esaudisca per te? Non devi rispondermi subito, so che potrebbe essere una domanda difficile. Certo, se volessi pensarci a lungo, io avrei bisogno di qualche birra e di comprare le sigarette. Sai se ci sono un bar e un distributore automatico da queste parti? - &lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Martino disse che, ultimamente, a causa della crisi economica, fumava del tabacco e, per quanto riguardava le birre, ne aveva una scorta per la nottata. Insomma, fu veloce a soddisfare le richieste del mago. Non fu, però, pronto ad esprimere un desiderio. All’improvviso, tutta la sua vita iniziò a scorrere di fronte a lui. Più pensava e più si confondeva. Rimase seduto sul divano senza parlare per due ore circa. Ad un tratto chiamò Syd e gli disse, quasi inciampando sulle parole:&lt;br/&gt; - Eccomi, eccomi! Ho trovato! Syd, noi, in Sicilia, abbiamo un problema. Siamo un popolo di emigranti, abbiamo sempre lasciato questa terra difficile per cercare fortuna altrove, soprattutto in America. Per esempio, lo zio Totò si è messo a fare coni gelato e adesso è il proprietario di una catena di bar. Vende centinaia di gelati al pistacchio di Bronte e granite alle mandorle di Modica. Insomma, spacca! Il cugino Vicè ha realizzato la prima pizzeria della sua regione, che, nel tempo si è trasformata in una multinazionale. Hai presente &lt;em&gt;Italian Pizza&lt;/em&gt;? Ecco, l’ha inventata lui. Persino il &lt;em&gt;New York Times&lt;/em&gt; gli ha dedicato una copertina. Melo è partito come muratore, con un cappello di carta ed una cazzuola, indossando i suoi jeans bucati sulle ginocchia. Adesso ha una ditta di costruzioni con, più o meno, 150 operai. Mi ha mandato pure delle foto. In una di queste era, addirittura, con il sindaco, mentre tagliava il nastro di un qualche museo importante. L’altro giorno mi ha mandato una foto da uno stadio di baseball. Ogni volta che ci sentiamo mi ripete le stesse parole: &lt;em&gt;“ma che minchia devi fare in quella soffitta? Lascia perdere, amunì! Qui te la devi fare la radio! In America, le radio sono grattacieli altissimi. Amunì, lassa futtiri tutti cosi, arricampati!”&lt;/em&gt; Sostiene che le minchiate dei siciliani piacciono da morire agli italo-americani e potrei avere successo. Ma sai, Syd, a me non interessa questo. Io vorrei solo vederli facilmente, anzi, vorrei che per loro fosse semplice venire qua. Che ti devo dire, Berlusconi fa il ponte sullo Stretto prendendo tutti per il culo? Tu, che sei un mago, non potresti fare un ponte che collega la Sicilia all’America, magari prendendo per il culo solo me, in modo da lasciare stare gli Italiani? Ma devi fare un ponte fatto bene, senza dare appalti alla mafia, senza risparmiare sul cemento, senza giri illeciti legati al movimento della terra. Un bel ponte a quattro corsie, non come la Salerno/Reggio Calabria, che ne ha una sola, quando va bene. Dobbiamo essere diversi noi!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poi, ho pensato pure che si potrebbe mettere qualche trattoria lungo il percorso; con le nostre cose tipiche: arancini, caponata, parmigiana, pasta con le sarde. Ho in testa anche il logo delle “trattorie del ponte”: un’ enorme melanzana! Ovviamente, non tralascerei una buona pasticceria di cannoli alla ricotta e qualche circolo ricreativo, con tanto di torneo di tresette! Poi, stai tranquillo, la cosa prenderebbe piede da sola, ma tu mi daresti una spinta. Con il ponte, anche le donne siciliane tornerebbero in Sicilia e, in questa terra, tornerebbero a fare figli. I paesi ricomincerebbero ad essere abitati, non sarebbero più dei paesi di vecchi, ma di giovani e di &lt;em&gt;fimmini. I fimmini ci vogliono!&lt;br/&gt;&lt;/em&gt; Scusa Syd, tu non conosci il dialetto: le femmine….&lt;em&gt;amunì&lt;/em&gt;!-&lt;br/&gt; Sulla parola &lt;em&gt;fimmini,&lt;/em&gt; Martino si inceppò. Sprofondò nuovamente sul divano continuando a ripetere: &lt;em&gt;fimmini&lt;/em&gt;…&lt;br/&gt;&lt;em&gt;…fimmini…&lt;br/&gt;&amp;#8230;fimmini…&lt;br/&gt;&amp;#8230;fimmini…&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dopo qualche secondo il suo sguardo si svegliò, il viso prese la classica espressione di qualcuno che ha appena avuto un’ idea.&lt;br/&gt; - Ho capito cosa voglio veramente, Syd. Io voglio sapere cosa pensano le donne. Voglio capire cosa pensano il secondo prima di esplodere in una risata. Cosa le fa stare male, cosa pensano quando piangono, quando ballano da sole nella loro stanza, oppure quando ti dicono: “no niente”. E se tu insisti, loro alzano la voce dicendoti: “NIENTE!” &lt;br/&gt; Cosa pensano quando guardano i gatti che giocano in giardino, cosa rimuginano quando scrivono sui vetri appannati delle macchine, oppure cosa pensano quando abbracciano il loro bambino appena nato, in un bagno di lacrime, urla e sudore.&lt;br/&gt; Cosa meditano quando si appoggiano al tuo petto e dopo uno po’ alzano lo sguardo chiedendoti: “Che fai dormi?” E tu rispondi sempre di no, mentendo spudoratamente!&lt;br/&gt; Voglio sapere cosa pensano quando ti guardano mentre dormi. Chiaramente io non le vedo, ma so che mi guardano e che pensano un sacco di cose.&lt;br/&gt; Ho deciso! Questa è la mia scelta! -&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Il mago nelle vesti di Syd Barrett, oppure Syd Barrett nelle vesti di un mago, guardò Martino dritto negli occhi ed esclamò: - Martino, allora! Amunì! Come dobbiamo farlo questo ponte? -&lt;/p&gt;
&lt;p&gt; di &lt;a href="http://thesirenbyangelina.blogspot.com/" target="_blank"&gt;Angela Bonifacio&lt;/a&gt; e Alessandro Arena&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/19286541092</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/19286541092</guid><pubDate>Wed, 14 Mar 2012 12:29:00 +0100</pubDate><category>Bob Dylan</category><category>Racconti da musicassetta</category><category>Syd Barret</category><category>The man in me</category><category>Woodstock</category><category>racconti</category><category>Pink Floyd</category></item><item><title>#25: Vanilla skies on Sunday afternoon di Simona Coppola // I'm like a bird (Nelly Furtado)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Vanilla skies on Sunday afternoon&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Oltrepassiamo il regio lagno laido e fangoso, infestato da zanzare, protetti dall’azzurro metallico dell’auto, quando un concerto di orsacchiotti di peluche inchioda per un istante il ricordo sbiadito di una piccola vita straniera, spezzata e spazzata via giù nel rigagnolo all’inizio di quest’estate.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;- E’ l’Africa, con i suoi colori ed i suoi suoni, i culi procaci delle donne, il candore dei loro denti e dei loro canti. Un nuovo mondo&lt;/em&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;M’immagino di non essere intrappolata nel traffico domenicale della litoranea domizia, m’immagino di essere su un calesse ottocentesco al riparo dal sole, accarezzata dal vento, sulle morbide curve delle colline fiesolane. Mi estraneo finché la voce di Nelly Furtado e la sua &lt;strong&gt;I’m like a bird&lt;/strong&gt; non mi riacciuffa per puro caso, facendomi riatterrare alla realtà. Siamo giunti, finalmente. Siamo nel vecchio giardino d’infanzia di allora, custodito con estrema cura da Nonna Nunzia, che dei suoi quasi 90 anni ha fatto un’istituzione, così come dei suoi peperoncini verdi fritti e del suo orticello campagnolo. E’ lei che mi dà il braccio e mi aiuta a scendere dall’auto, è sempre lei a sistemare i cuscini sulla poltrona sotto al patio di limoni, gettando in un cantuccio la stampella, “perchè tanto da adesso in poi non ti serve!”. Sono coccolata, e ricevo con gratitudine questo surplus di affetto, che per qualche momento mi fa dimenticare del fatto che oggi ufficialmente sono una mamma senza pargolo nei paraggi, perché lui è rimasto al mare con i nonni sull’altro spicchio di litorale, quello flegreo. Avevamo deciso così: una domenica diversa, cosicchè io mi riposassi e mi distraessi finendo il mio monachesimo coatto di questi ultimi 15 giorni, affinché vedessi gente piuttosto che stufare in casa a fuoco lento, e Chicco facesse comunque un po’ di mare secondo i soliti parametri e i suoi orari di bimbo. Nonna Nunzia mi ricorda l’altra nonna, la mia vera nonna, quella che se ne andò un po’ troppo presto, prima che mi riconciliassi definitivamente con la sua imponente figura di donna autoritaria e matriarcale. Arrivano verso pranzo dal mare tutti gli altri: la prima è Sere, una cascata di sorrisi e di abbracci; poi Teo con i suoi dolcissimi occhi ai quali resto incollata pensando a quelli di Chicco, e poi gli zii e la super cugina, con l’odore del sale sulla pelle e qualche scottatura di troppo. Si fa festa, apparecchiando sotto al pergolato; una bottiglia di buon vino rosso è lì che aspetta di essere sposata alla grigliata di carne, mentre le chiacchiere tra donne continuano così come il girotondo dei bimbi sulle loro bici. Acciuffo con tutte le mie forze questo spicchio di serenità, anche se oggi le gambe proprio non vanno, tanto che sono gonfie: un cotechino con contorno di lenticchie è il loro parente più prossimo, ormai. Il filo dei ricordi e delle chiacchiere prosegue fino al dolce, e oltre: c’è sintonia tra di noi, e c’è armonia. Un pizzico di antica complicità che rende ancora più struggente per me la sensazione tangibile di quanto mi manchi il mio piccolo principe, che so al sicuro ed in mani ben più esperte delle mie, ma non accanto a me.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Quasi le sei di sera! Adesso chiamo a casa e dico che stiamo tornando!” dichiaro senza indugio, perché sento di aver superato quella soglia oltre la quale la mia indole materna non può più andare oltre. Sono baci e abbracci, sono tornate presto questa volta però tutti insieme, sono attenzione al traffico del rientro! Le loro parole e i loro saluti ci rincorrono da dietro ai finestrini, mentre il mio sguardo è già fisso sul primo cartello stradale con l’indicazione dei chilometri che mi separano da casa. In meno di tre quarti d’ora siamo di nuovo qui, sulla soglia di casa. Sento lo scalpiccio dei passi di Chicco da dietro la porta, e il mio cuore fa una piroetta nel vederlo sorridermi con quel suo sorriso tutto speciale, gli occhi pronti a restituirmi il mare ed il sole di questa giornata particolare, trascorsa senza affanni di sorta e senza la mia presenza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Simona Coppola - &lt;a href="http://disoleediazzurro.wordpress.com/" target="_blank"&gt;Leucosia&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/19065784341</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/19065784341</guid><pubDate>Sat, 10 Mar 2012 18:43:00 +0100</pubDate><category>Nelly Furtado</category><category>Leucosia</category><category>Simona Coppola</category><category>I'm like a bird</category><category>Racconti da musicassetta</category><category>racconti</category><category>raccolta</category></item><item><title>#24: Chakra del cuore di Vaitea //Father figure (George Michael)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;CHAKRA DEL CUORE&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lui la odiava. Di un odio forte come l&amp;#8217;amore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In cuor suo, lei lo amava ancora, malgrado gli anni e le sofferenze.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Entrambi troppo orgogliosi per ammettere i rispettivi torti, avevano deciso di non vedersi più, dopo tre anni di storia insieme e qualche ultimo fugace momento di passione.&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le poche volte che aveva cercato di mettersi in contatto con lui, era stata rimbalzata come una pallina da flipper, con risposte di una freddezza polare.&lt;br/&gt;La chiusura di lui era il suo maggior difetto.&lt;br/&gt;Quel muro fu la ragione principale della fine della loro relazione.&lt;br/&gt;La notizia  fu per lui un fulmine a ciel sereno.&lt;br/&gt;Sereno&amp;#8230; per modo di dire.&lt;br/&gt;Non aveva mai voluto alzare la testa per vedere i nuvoloni carichi di pioggia all&amp;#8217;orizzonte.&lt;br/&gt;Aveva scelto di adottare la politica del “lassa buì”, come dicono nel pavese, lascia bollire&amp;#8230;&lt;br/&gt;Come dire, finché la barca va, lasciala andare.&lt;br/&gt;La loro urtò un iceberg.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“ &lt;em&gt;If you are the desert, I&amp;#8217;ll be the sea&lt;br/&gt;If you ever hunger - hunger for me&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Whatever you&amp;#8217;ll ask for , that&amp;#8217;s what I&amp;#8217;ll be”&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quella sera, nella sua testa, riecheggiavano i loro duetti da bagno.  Il loro cavallo di battaglia  nella doccia era &lt;strong&gt;Father Figure&lt;/strong&gt;, di &lt;strong&gt;George Michael&lt;/strong&gt;, eseguita alla perfezione con canti e contro-canti. Un duetto da finale di X-Factor&amp;#8230;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“&lt;em&gt;This time I think that my lover understands me&lt;br/&gt;If we have faith in each other&lt;br/&gt;Then we can be strong”&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lui, Narciso, amava compiacersi nell&amp;#8217;auto-ascolto, specialmente sulle note alte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lei, novella Psiche, innamorata dell&amp;#8217;Amore, voleva solo sentire le loro voci vibrare insieme, sentirle fare l&amp;#8217;amore, con la stessa passione di cui erano capaci i loro corpi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo amò come nessun altro, fino al giorno in cui si rese conto che la di lui freddezza sarebbe sempre stata d&amp;#8217;ostacolo al rapporto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fu così che, in un momento di grande fragilità della donna, l&amp;#8217;uomo, con la maestria del muratore bergamasco, costruì un&amp;#8217;invalicabile parete di silenzio armato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;#8212;-&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“ Il tuo chakra del cuore é chiuso. Devi imparare ad aprirlo nuovamente”, le disse un giorno un&amp;#8217; amica con spiccate tendenze new age. Lei, in realtà, si sentiva come la protagonista de L&amp;#8217;Ecume des Jours di Boris Vian, con una ninfea  nel cuore che, schiudendosi, aveva occupato tutto il posto disponibile. Il chakra era comunque effettivamente chiuso. Chiuso per restauro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&amp;#8212;-&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quella notte lo sognò.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli occhi di lui le dissero quanto era bella, quanto l&amp;#8217;avevano amata, quanto gli era mancata, quanto ancora l&amp;#8217;amasse.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lei sorrise. I suoi occhi brillavano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dopo essersi guardati, parlati, ascoltati, toccati, baciati, accarezzati, avvinghiati, leccati,  presi&amp;amp;posseduti, coccolati&amp;amp;amati, dopo aver riso, pianto, bevuto, mangiato, fumato, dopo aver giocato a backgammon ed essersi confidati tutti i rispettivi segreti, fecero una doccia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E cantarono insieme il loro repertorio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“ &lt;em&gt;I will be your father figure (Oh baby)&lt;br/&gt;Put your tiny hand in mine (I&amp;#8217;d love to)&lt;br/&gt;I will be your preacher teacher (Be your daddy)&lt;br/&gt;Anything you have in mind (It would make me)&lt;br/&gt;I will be your father figure (Very happy)&lt;br/&gt;I have had enough of crime (Please let me)&lt;br/&gt;I will be the one who loves you&lt;br/&gt;till the end of time”&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fu la loro ultima notte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.facebook.com/missvaitea" target="_blank"&gt;Vaitea&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/18377767715</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/18377767715</guid><pubDate>Mon, 27 Feb 2012 14:20:00 +0100</pubDate><category>Vaitea</category><category>Chakra del cuore</category><category>Father figure</category><category>George Michael</category><category>L'Ecume des Jours di Boris Vian</category></item><item><title>#23: Radici di Pulsar // Tu, forse non essenzialmente tu (Rino Gaetano)</title><description>&lt;p&gt;Bianca affondava nei suoi periodi ombrosi ad intervalli prevedibili. Poteva accadere che una giornata cominciasse superficialmente serena, ma rimaneva tale solo fino al momento in cui usciva di casa ed incontrava altre persone, testimoni di come qualcosa fosse in grado di palpitare, qualcosa che, anche se non per tutti, era somigliante alla vita. Bianca si sentiva disposta a tendere la propria mano quando era tardi per donare uno stralcio di emozioni ad un’altra creatura e, ancora una volta, si era logorata nel tentativo di vivere come meglio poteva. Era semplicemente giunto il tempo di una nuova, frettolosa partenza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;… Io che ho bisogno di raccontare…&lt;!-- more --&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Bianca cercava una città sprovvista di una meraviglia da catturare con uno scatto fotografico. Desiderava un luogo la cui bellezza si sarebbe lasciata scorgere e condividere quando lei, conquistata da un dettaglio, non si sarebbe potuta allontanare, almeno per un po’. Incapace di scegliere, sentiva il bisogno di essere trattenuta, fino alla fuga successiva. Curiosamente non aveva mai visto il mare e, quando ricordò che per il suo spacciatore prediletto di consigli di lettura il mare era stato un prezioso luogo di scoperta, capì di non brancolare più nel buio. Scese dal treno nella stazione di una città il cui nome la divertiva ed iniziò la ricerca di un vicolo che fosse raggiungibile solo a piedi, gli stessi che dopo pochi giorni impararono ad accompagnarla alla nuova casa ogni sera, quando era deconcentrata ed il contenuto della borsa di tela le affaticava la schiena. Costruì la sua tana affittando due stanze per custodire i suoi tesori: tutti i dischi ed i libri che le consentivano di rendere verosimile il mondo come lo desiderava lei stessa. Trascorse le prime sere accoccolata su una vecchia sdraio, abbandonata dal precedente inquilino, godendosi un silenzio quasi innaturale nella luce polverosa regalatale da una manciata di candele, che scandivano il tempo da dedicare alla lettura: quando anche l’ultima era in procinto di spegnersi, sapeva che era giunta l’ora di coricarsi. Bianca credeva di amare il silenzio della casa vuota, solo sua, ed il suo modo solitario di vivere, che le consentiva di assecondarsi, parlando poco. Aveva costruito le proprie convinzioni grazie a pochi insegnanti e molti bauli di pagine e vinili scelti con attenzione, e non gradiva quando qualcuno tentava di convincerla a cambiarle, come era accaduto ogni volta che aveva creato una fessura nelle sue difese per permettere ad un’altra persona di avvicinarsi. Se percepiva il proprio universo in pericolo, diventava diabolicamente inflessibile e si ritrovava sola, accanto ad un calice vuoto e cenere sparsa. Era stato il suo bisogno continuo di fornire risposte, solitamente coincidenti con quelle che le persone intorno a lei consideravano opportune, a farla quasi avvizzire. Tuttavia, Bianca sapeva che sarebbe sopravvissuta ancora una volta alla mano di carte che la vita aveva distribuito e da cui lei aveva arrendevolmente scelto: dopotutto, ne aveva già viste tante.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;… La necessità di vivere&lt;/em&gt;&lt;br/&gt;&lt;em&gt;Rimane in me…&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fu durante un tardo pomeriggio che l’inizio del cambiamento segretamente desiderato la attese, avvolto nella foschia che saliva dal mare. Bianca aveva tra le mani una raccolta di poesie presa in prestito da una biblioteca scoperta il giorno stesso, mentre cercava un rifugio nell’ora di punta. Era un volume macchiato dall’umidità, dall’odore di cantina, che fu da lei percepito come un profumo di terra, di radici, probabilmente le stesse che non aveva ancora conosciuto. Sentì improvvisamente crescere la nostalgia per una stabilità che non le era più familiare e desiderò di dissolversi nella sera, per disintegrare la paura. La libertà estrema, che credeva di aver inseguito per anni, le sembrò per la prima volta la condanna ad un esilio perpetuo. Mancava poco all’ora di chiusura dei negozi, ma sapeva che avrebbe facilmente trovato una piantina dello stesso basilico che insaporiva i suoi piatti d’infanzia: avrebbe potuto ricominciare prendendosi cura di piccole nuove radici. Il suo passato avrebbe forse potuto aiutarla a costruirsi con tenerezza. Pensò che avrebbe almeno potuto provare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;… Tu&lt;/em&gt;&lt;br/&gt;&lt;em&gt;Forse non essenzialmente tu&lt;/em&gt;&lt;br/&gt;&lt;em&gt;E la notte&lt;/em&gt;&lt;br/&gt;&lt;em&gt;Confidenzialmente blu&lt;/em&gt;&lt;br/&gt;&lt;em&gt;Cercare l’anima&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Pulsar&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/17488519022</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/17488519022</guid><pubDate>Sun, 12 Feb 2012 16:10:00 +0100</pubDate><category>Radici</category><category>Pulsar</category><category>Tu forse non essenzialmente tu</category><category>Rino Gaetano</category><category>Racconti da musicassetta</category><category>racconti</category></item><item><title>#22: On air di Alessandro Arena // Heroes (David Bowie)</title><description>&lt;p&gt;- Ssssh! Silenzio! Adesso si fa sul serio, ok? -&lt;br/&gt;- Si, ok! -&lt;br/&gt;- Qui è tutto pronto. Adesso tocca a te. Mi raccomando, accendi il microfono solo un secondo prima di parlare e non dimenticarlo mai acceso, altrimenti si va tutti a casa. Ricapitolando: prima metti il jingle, poi la base su cui parlerai seguita da uno stacchetto e, infine, concludi con un brano. Esattamente come abbiamo provato in questi mesi. Ultima cosa, ascoltami bene: fai attenzione ai tempi. La radio, come la vita, ha bisogno di essere scandita da un tempo. Tu sei il tempo! Una volta capito il tuo tempo, a questo, senza paura, devi associare una tonalità. Le tonalità sono come le emozioni. Puoi essere allegro, triste, incazzato, curioso. Infiniti stati d&amp;#8217;animo, cioè, infinite tonalità. In mezzo a questo infinito puoi perderti, ma è l&amp;#8217;unica cosa che può ricondurti a te! Dimmi? tutto chiaro? -&lt;!-- more --&gt;- Si, insomma&amp;#8230; Ma, Ale, io non so cosa dire&amp;#8230; -&lt;br/&gt;- Parla di te, quello che sei e quello che ti piace. La musica viene dopo le cose che ti ho detto. È un riflesso incondizionato del tempo e delle tonalità. Loro selezionano la musica e non sbagliano mai, tranquillo! -&lt;br/&gt;- Ale, a me piacciono i fumetti ed i videogiochi. Anche Caparezza ed il rock! -&lt;br/&gt;- Perfetto! I fumetti ed i personaggi dei videogiochi non ti deludono mai, sono sempre coerenti con se stessi, ecco perché ci piacciono. Sfidano eventi più grandi di loro, si rialzano sempre, ed affrontano tutto ogni volta allo stesso modo. Batman, con tutti i soldi che ha, potrebbe investirli in borsa e vivere alle spalle di tutti, fregandosene di tutto. Frequentare quei locali dove fanno l&amp;#8217;aperitivo lungo, dove tutti bevono lo spritz, andare la notte nei nightclub ed indossare qualcosa di diverso dal solito mantello. Magari un doppiopetto firmato Valentino. Invece no! Lui ha fatto la sua scelta! Lui è Batman, non una persona comune. Lui è un Super Eroe! Oppure prendi Topolino, sempre con la stessa femmina, tutti i santi giorni, vestita sempre allo stesso modo. Se ci pensi Minni nemmeno si trucca, ma lui è innamorato, punto! Mica un giorno prende e si innamora di un&amp;#8217;altra! Per dirla breve, Topolino a Clarabella non se la fila di striscio. Topolino e Minni si ameranno per sempre. E ancora, prendi Lara Croft. È morta?&lt;br/&gt;- Ma nooooo! Continua a saltare e cercare tesori per il mondo! -&lt;br/&gt;- Bene, hai visto! Anche lei è rimasta coerente alle sue idee. Pensavo che alla fine avesse accettato la richiesta che le aveva fatto Mediaset di partecipare &amp;#8220;all&amp;#8217;isola dei famosi&amp;#8221;&amp;#8230; -&lt;br/&gt;- Ahhh! Posso dire, in diretta, che odio i promessi sposi, il latino, la prof di Inglese ed imparare le poesie a memoria! -&lt;br/&gt;- Si! Visto che sei pronto? Ok! Il tempo a nostra disposizione è scaduto. Hai solo dieci secondi, poi sarai in diretta. Io sarò fuori da questa stanza, al di là del vetro, insieme a tuo padre. E’ arrivato il tuo momento. Occhio al monitor: &amp;#8230;5&amp;#8230;4&amp;#8230;3&amp;#8230;.2&amp;#8230;.1&amp;#8230;. -&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Click!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da quando sono in radio l&amp;#8217;emozione più grande è stata quella di guardare lo studio da spettatore. Essere dall&amp;#8217;altra parte del vetro, insieme ad un genitore, a guardare il figlio che inizia a fare radio. &lt;br/&gt;Ho detto al padre: - Lo sai che a 16 anni ci vuole un gran coraggio? Io ho iniziato a 24.- Lui ha semplicemente accennato un sì con la testa. Ci siamo un po’ commossi. Poi, guardandoci, ci siamo messi a ridere.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;E&amp;#8217; stato bello. Ho pensato che la cosa più importante nella vita è dare continuità alle idee.&lt;br/&gt;Per un attimo, mi è tornato in mente Alborosie, incoronato a Glasglow, nella notte del 6-10-2011, come il nuovo numero uno del reggae: l&amp;#8217;erede del linguaggio universale del grande Bob Marley. Nel suo ultimo album, 2 Time Revolution, definisce ogni rivoluzione come la figlia di quella che l’ha preceduta, perché la rivoluzione non è mai una sola, ma è il raggiungimento di tante piccoli rivoluzioni. Durante un’intervista ad una radio jamaicana ha detto: - quando smetteremo di pensare che niente può avvenire nell&amp;#8217;immediato e che niente può cambiare subito, saremo liberi. Accetteremo di essere un importantissimo passaggio e messaggio di amore. Scacceremo la paura di morire e le cose cambieranno veramente. -&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Tutto questo accadeva mentre, dall&amp;#8217;altra parte del vetro, un ragazzo, con la voce di un ragazzo, con le paure da ragazzo, con le speranze di un ragazzo, con le ansie di un ragazzo, con i sogni di un ragazzo, interrompeva il silenzio raccontando al microfono: -Nella vita puoi essere un Super Eroe oppure uno Sfigato, sta a te decidere da che parte stare!&lt;br/&gt;Il primo disco di oggi è: &lt;strong&gt;“Heroes”&lt;/strong&gt;,&lt;strong&gt; di David Bowie&lt;/strong&gt;.&lt;br/&gt;Buon ascolto… - &lt;br/&gt;Qualche secondo dopo, il padre, al mio fianco, mi accennava: &lt;br/&gt;- Lo sai che questo è uno dei miei dischi preferiti? - &lt;br/&gt;- Davvero? È anche uno dei miei dischi preferiti! -&lt;br/&gt;- Ho capito, vado ad alzare il volume delle casse! -&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="mailto:%20rcl@radiocastellumberto.it" target="_blank"&gt;Alessandro Arena&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/17487585809</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/17487585809</guid><pubDate>Sun, 12 Feb 2012 15:46:00 +0100</pubDate><category>Alessandro Arena</category><category>David Bowie</category><category>Heroes</category><category>On air</category><category>Racconti da musicassetta</category><category>racconti</category></item><item><title>#21: Little Lover ‘90 di Marco Parlato // Ragazzo fortunato (Jovanotti)</title><description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Eeehi ieh ieh ieh ieh – Eeehi ieh!&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Come le sirene di Ulisse, le coriste mi attirano fuori dal bungalow col timbro meccanico dovuto all&lt;/span&gt;&lt;span&gt;’usura degli altoparlanti.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Se io potessi starei sempre in vacanza…&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Può dirlo forte. È il primo giorno qui al campeggio e mi sembra di esserci da una vita. Non ricordo neanche la sensazione che si prova ad aprire il diario per i compiti a casa. A tavola c’è già una tazza di Nesquik fumante, unico link consumistico con le mattine fredde, trascorse in fretta e furia lavandosi i denti, imbottendo la cartella di libri e sperando che il traffico non impedisca a mamma o papà di consegnarmi alla classe, puntuali come un corriere.&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Schizzo veloce in spiaggia, maschera e tubo alla mano. Fondali rocciosi densi di mistero sto arrivando!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Eeehi ieh ieh ieh ieh – Eeehi ieh!&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si chiama Barbara ed è di Roma. L&amp;#8217;ho conosciuta durante una pausa dalle immersioni solitarie. C&amp;#8217;erano dei giochi sulla spiaggia. Mi sono avvicinato per curiosità e tutto è sparito. C&amp;#8217;era solo lei, caschetto moro e occhi profondi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;#8217;orario del silenzio è appena finito. Ad annunciarlo il pezzo di apertura per ogni comunicazione via altoparlante.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Seduto al bar a mangiare un gelato, aspetto si faccia viva. Quando ho chiesto i soldi a papà ho specificato per i videogiochi. Poi ci ho ripensato. Stare con la testa nello schermo non avrebbe giovato al mio appostamento, così ho preferito colmare il languore pomeridiano, quando la bocca chiede un sapore fresco e dolce che la ravvivi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non amo i ghiaccioli, ma dopo avere osservato con indecisione il cartello mi sono buttato sul Liuk. È l&amp;#8217;unico che una volta finito  lascia qualcosa: il bastoncino di liquirizia da mordere come una matita. Il gelato dura così poco, meglio sceglierne qualcuno che persista nel tempo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Appena l&amp;#8217;estate scorsa avrei scelto il GUM. Disco alla fragola con in mezzo una gomma rossa. Avrei potuto anche rinunciare al cadeau da masticare, scegliendo il Piedone. Il gusto di addentare le dita svela il lato cannibale nascosto in ognuno di noi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sono scomparsi però dal cartello e io devo finire in fretta il Liuk. Non voglio farmi trovare come un bimbo con il dolcetto. Barbara ha almeno tre anni più di me.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Eeehi ieh ieh ieh ieh – Eeehi ieh!&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sono di malumore stamattina. Ha sempre un paio di ragazzi che le gironzolano intorno e scherzano. O almeno ci provano. Le loro battute non sono divertenti come le mie.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A volte ci si mettono pure quei due animatori&amp;#8230; Da soli dovrebbero gestire l&amp;#8217;animazione del piccolo villaggio, ma uno vaga spesso in spiaggia, provando con scarso risultato a tacchinare ragazze; l&amp;#8217;altro ingozza Final Fight o Spinmaster di gettoni comprati a 500 lire l&amp;#8217;uno, fino al tramonto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Oggi si sono uniti al branco di avvoltoi fastidiosi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sono grandi, enormi. Mi sembra impossibile che diventerò così alto. E largo. Penso a Ken il guerriero, che da qui non posso seguire, dove bambini scarni e gracili, appena passata l&amp;#8217;età adulta, si trasformano in wrestler bombati. &lt;span&gt;Sarà l&amp;#8217;effetto della guerra nucleare di cui parla il prologo che anticipa sigla. &lt;/span&gt;Peccato che non sarà così per me.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Eeehi ieh ieh ieh ieh – Eeehi ieh!&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Stamattina parte. Torna a Roma.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Ieri l&amp;#8217;ho riaccompagnata fino al bungalow, dopo la serata nel piccolo anfiteatro al ritmo di balli latini. &lt;/span&gt;Le ho fatto vedere che sono un asso a ballare il Tiburon!&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Durante il tragitto le ho chiesto del bracciale che portava poco sotto la spalla. Ha risposto che l&amp;#8217;ha pagato dieci sacchi. Mi suona strana come espressione. L&amp;#8217;unico input pervenuto è stato l&amp;#8217;allenatore di calcio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Pur non avendo mai trattato bracciali, diecimila lire sono troppe. Ci comprerei almeno cinque Super Santos.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Prima di augurarci la buonanotte ci siamo baciati sulle guance. Usa l&amp;#8217;Impulse, ma non ho capito ancora quale fragranza. Ho avuto serie difficoltà ad addormentarmi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sto prolungando i saluti. Mi piace ascoltarla. E poi adoro quando dice &lt;em&gt;gnente&lt;/em&gt; con la sua cadenza. Faccio di tutto per indurla a usare quella parola, sperando che non se ne accorga. Cado in un vortice di &lt;em&gt;gnente&lt;/em&gt;. Un dolce oblio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Eeehi ieh ieh ieh ieh – Eeehi ieh!&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La vacanza è finita anche per me. Dalla macchina osservo scorrere il vialetto per l&amp;#8217;ultima volta. Approfitto della distrazione dei miei e rileggo il foglietto. È il suo recapito, potrò scriverle. &lt;span&gt;Magari non tutti i giorni. Chissà quanto ci mettono le lettere ad arrivare. Fantastico sulla penna che scivola su pagine a lei indirizzate. &lt;/span&gt;Un evento che per dimenticanza, o ritorno a priorità fisicamente più vicine, non accadrà mai.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;a href="mailto:%20mrcparlato@gmail.com" target="_blank"&gt;Marco Parlato&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/17384307026</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/17384307026</guid><pubDate>Fri, 10 Feb 2012 21:39:00 +0100</pubDate><category>Racconti da musicassetta</category><category>Marco Parlato</category><category>Jovanotti</category><category>Lorenzo Cherubini</category><category>Little Lover '90</category></item><item><title>#20: Mimi di Diletta Fabiani // Dear my friend -Tegami wo kaku yo- (Miyavi)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Mimi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;C’è il sole e una brezza lieve agita appena l’erba,  trasformando le colline in una gigantesca bestia addormentata dal respiro lento.  La ragazza respira a ritmo di quel respiro.  Se ne sta appoggiata ad un vecchio steccato in rovina , la testa abbandonata contro uno dei pochi pali ancora in piedi, le gambe allungate di fronte a sé.&lt;!-- more --&gt;&lt;br/&gt;Tra le mani stringe una radio portatile. È un oggetto che nessuno usa più, nemmeno in spiaggia: i ragazzini tamarri preferiscono portarsi  direttamente il cellulare e sparare la musica distorta da quelle piccole casse incorporate negli ultimi modelli. Anche lei ha un telefono di quel tipo, ma preferisce quella radio.&lt;br/&gt;È  uno dei pochi aggeggi elettronici che il fango dell’alluvione ha risparmiato, nascosta com’era sopra un’alta libreria, la stessa che nascondeva musica vecchia e libri ancor più vecchi.  Riscoprire tutta quella roba è stato strano, le ha fatto un effetto particolare. &lt;br/&gt;Viola osserva quel cd mentre la canzone finisce e subito ricomincia, intrappolata in quel ciclo dal tasto del repeat. Un cantante giapponese appartenente al filone del visual kei*, colorato ed insolente,  ne occupa la copertina. Da quanto non sente quella roba?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Cinque anni. &lt;/em&gt;&lt;br/&gt;Mimi adorava quel cantante così come adorava le band oshare e tutto quello che era colorato e divertente e romantico. Viola aveva sempre preferito il visual kei più cupo, ma non sapeva dire di no a Mimi e finiva sempre per ascoltare anche quella roba.&lt;br/&gt;&lt;em&gt;Cinque anni sono un tempo molto lungo.&lt;/em&gt;&lt;br/&gt;In realtà quel tipo non era poi malaccio; quella canzone era stata la colonna sonora di una loro intera estate. Chissà che fine ha fatto lui, se è ancora in giro o no. Da anni non ascolta più quel tipo di roba.&lt;br/&gt;&lt;em&gt;Da quando Mimi se n’è andata.&lt;/em&gt; &lt;br/&gt;Sospira, esercitando una leggera pressione sul palo alle sue spalle. Il legno le gratta fastidiosamente la nuca ed il collo sotto i capelli corti, ma non le importa. Le sembra solo impossibile che il sole sia tornato così in fretta dopo quello che è successo, dopo che quella massa d’acqua si è riversata sulle loro case. Non è un sole caldo; anche attraverso il giaccone pesante la brezza fredda la sferza, senza che quei raggi deboli riescano a scaldarla. Però è sole, percepisce la sua fiammeggiante luce attraverso le palpebre chiuse,  un mondo in rosso che le ricorda l’estate.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Mimi è partita d’estate, me lo ricordo come se fosse ieri&lt;/em&gt;&lt;em&gt;. Mi ricordo ancora di quando l&amp;#8217;ho accompagnata all&amp;#8217;aeroporto. Non avrebbe dovuto essere una così bella giornata, il cielo non dovrebbe essere così blu quando succedono cose tanto brutte.&lt;br/&gt;Mi ha preso la mano tra le sue e l&amp;#8217;ha stretta forte. Suo padre ci guardava da qualche metro di distanza, con quella sua aria impassibile e spocchiosa ed una ventiquattrore in mano. Sono sicura di aver ricambiato lo sguardo mettendoci un bel po&amp;#8217; di odio dentro, sperando che lo notasse: ma lui non mi ha considerato. Ha sempre pensato che fossi qualche specie di strano animale a due zampe.&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&amp;#171;&amp;#160;Non è per sempre&amp;#160;&amp;#187; mi ha detto Mimi, già stava frignando. Le ho dato un buffetto sulla testa, cercando di fingere che non mi facesse male da spezzarmi il cuore. Le ho detto qualcosa sugli strafighi che avrebbe incontrato in Giappone e su quanto in fretta mi avrebbe dimenticato ma lei ha negato, stringendomi le mani ancora più forte.&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&amp;#171;&amp;#160;No! Non succederà mai! Ascolta, Vivi.&amp;#187;&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;E io l’ho ascoltata perché la ascoltavo sempre, ascoltavo qualsiasi cazzata dicesse, parlasse di cucina o vestiti o ragazzi o trucchi o musica. Ascoltavo e ascoltavo e ascoltavo.&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&amp;#171;&amp;#160;Tornerò a prenderti. Adesso mi sistemo lì e appena tutto è a posto vieni anche tu, faccio trovare a papà il modo. Sarà una figata vedrai, staremo sempre insieme e faremo un sacco di cose pazze. Capito, Vivi? Tornerò a prenderti, è una promessa.&amp;#187;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le promesse sono pericolose, Viola lo sa bene. Ma tanti anni prima non lo sapeva e si fidava di Mimi, si fidava della sua unica amica. La amava con una dedizione assoluta e patetica, con l’affetto di un cane al guinzaglio. Ma come poteva fare altrimenti? Mimi era stata l’unica persona ad accettarla per quello che era, da subito, senza fare mai domande. Non la ricordava nemmeno, la vita senza Mimi, e quella insieme era stata meravigliosa. Mimi le aveva insegnato di tutto, da come abbinare i vestiti a come stare insieme agli altri ragazzi della loro età senza riempirli di pugni alla minima offesa. Insieme avevano cantato a squarciagola in stanze troppo calde, avevano ascoltato musica straniera di gruppi che solo loro conoscevano, avevano parlato in giapponese semplicemente per tenere i segreti, avevano fatto cose pazze ed irripetibili, tutte le cazzate tipiche dei bambini prima e degli adolescenti poi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Finché Mimi non se n’era andata, finché i suoi genitori non si erano separati e lei era tornata a casa sua, lontano, in quella terra che Viola conosceva solo per i suoni della sua lingua e della sua musica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Guardavo  la cartina che avevo appeso davanti alla mia scrivania, calcolavo con le mani la distanza tra l’Italia ed il Giappone.  Che fuori ci fosse il sole o nevicasse, ci appoggiavo le mani e contavo.&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;“&lt;em&gt;Non è molto – dicevo a me stessa – non è molto, non oggi, non tra me e Mimi.”&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Invece lo è, come sono molto cinque anni, come cinque anni che sono mille e ottocentoventicinque giorni e forse anche qualcosa di più. &lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Ho aspettato e aspettato e aspettato. Cartoline o telefonate o mail o qualsiasi cosa. All’inizio qualche mail, poi pian piano sempre di meno, poi basta, senza nemmeno un indirizzo vero al quale scrivere.&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Dopo tutte le belle parole, essere dimenticati è orribile. Ho cercato di dirmi che non mi importava, che era naturale, ma non è mica vero, come può esserlo quando vuoi così bene a una persona? Ho guardato la cassetta della posta e la mia casella e-mail per mille e ottocentoventicinque giorni di seguito e forse qualcuno di più.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Viola  sospira di nuovo ed apre gli occhi. Pensa al caso. Pensa che se non ci fosse stata quell’alluvione che le ha riempito la casa di fango non avrebbe mai ritrovato quel vecchio cd. L’avrebbe probabilmente riscoperto tra anni, quando non avrebbe più significato assolutamente nulla per il suo cuore indurito, quando Mimi sarebbe stata solo un’ombra lontana nei suoi pensieri.&lt;br/&gt;L’aveva ascoltato perplessa ma con ogni nota era riaffiorato qualcosa. Istantanee di un’estate stupenda che in qualche modo aveva rimosso e di tutte le estati prima di quella, il peso di un affetto che aveva riempito la sua vita e l’aveva lasciata vuota quando era scomparso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;La prima notte dopo l’alluvione, quando ci hanno evacuato, dentro quella palestra piena di gente e di puzza e di sudore me ne stavo con gli occhi sbarrati al buio, senza nessuno con cui parlare, senza nessuno su cui fare affidamento, senza nessuno a farmi coraggio, sola come un imbecille in mezzo ad un deserto senza &lt;/em&gt;&lt;em&gt;nemmeno una goccia d&amp;#8217;acqua. Me ne stavo lì e faceva maledettamente schifo, faceva schifo e mi sono resa conto che nella mia vita non c’era niente di meglio, era solo una vita vuota che si trascinava di giorno in giorno verso altri giorni privi di tutto. E ho pensato a Mimi, a Mimi che era partita e mi aveva lasciato, mi aveva abbandonato e dimenticato in favore dei suoi nuovi amici più fighi. Ho pensato alla vita che avevo quando lei c’era, ho pensato che ero stata felice e che potevo solo ricordarmi come fosse essere felice, perché non rido più davvero da anni, probabilmente da mille e ottocentoventicinque giorni e forse qualcosa di più. Ho pensato che mi aveva promesso di continuare a riempire la mia vita ma se n’era semplicemente dimenticata, buttandomi via come un paio di scarpe vecchie.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Viola conosce bene il potere della musica. Suona la batteria da anni, con poca passione ma parecchia disciplina, ma sa bene che a volte ci sono canzoni che toccano le corde giuste nel modo giusto, che spingono e premono e significano qualcosa.  A volte ci sono parole messe in un ordine chiaro e cristallino che dicono esattamente quello che si vorrebbe dire ma in un modo migliore, più preciso, più &lt;em&gt;netto&lt;/em&gt;.&lt;br/&gt;Viola osserva di nuovo la copertina del cd ed ascolta la voce che canta dalla radio. Ha quasi la sensazione che lui sia lì con lei e possa vederla, che con quelle parole eruttate dalla radio stia parlando proprio con lei. Sa che è un’idea idiota ma non riesce a togliersela dalla testa, mentre canticchia a tempo con la canzone che è ricominciata per l’ennesima volta. Volge la radio verso il cielo, come se attraverso un mondo intero di distanza Mimi potesse sentirla e ricordare, perché quella canzone dice tutto quello che lei pensava il giorno che si sono lasciate ma lo dice meglio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Avevo tutta l’intenzione di venire da te, Mimi. Pensavo davvero che non esistesse cosa capace di separarci, e non ho mai voluto bene a qualcuno così.  Eri la persona più importante della mia vita, la mia sola e vera famiglia.&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Continuo a pensare a quel giorno, continuo a pensare al nostro passato, a quanto ci volevamo bene, a tutto quello che avrei dato e fatto per te, a quando ti consolavo se piangevi, a quando ti facevo ridere e a quando prendevi le mie difese se qualcuno parlava male di me, continuo a pensarci e vorrei cancellare tutto se per te va bene così, ma non ci riesco.&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;La nostra amicizia era una fiaba, certo, ma credevo che certe fiabe potessero ancora esistere, che il mondo non fosse proprio un posto cinico e freddo e buio.&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Come faccio a perdere questa speranza e continuare a vivere, me lo dici?&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Significherebbe che non esiste nulla di sacro, che non c’è persona per cui valga la pena di impegnare la tua anima col diavolo, che alla fine siamo tutti polvere e moriamo e la vita è stata solo un&amp;#8217;inculata. Chi vuole vivere così, Mimi? Io rivoglio la mia magia, voglio quella vita in cui sapevo ancora come essere felice e non mi limitavo a ricordarlo e basta. E se non posso averla, se in quello che avevamo non c&amp;#8217;era niente di vero voglio sentirmelo dire in faccia, così come mi hai detto che saresti tornata a prendermi, con le lacrime agli occhi e le mani che stringevano le mie. Se la mia vita è inutile voglio sentirmelo dire, non leggerlo tra le righe dell’assenza di una e-mail.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Viola si ricorda il giorno in cui si sono separate. Era un bel giorno di sole, un giorno d’estate caldo e limpido, ed è rimasta a guardare l’aereo innalzarsi nel cielo,  pensando che a volte le persone sono così, come scie di fumo che attraversano il cuore e poi scompaiono, mentre altre volte lasciano solchi nell’anima come cicatrici.&lt;br/&gt;Quella canzone gliel’ha ricordato. L’ultima canzone che hanno sentito insieme mentre Mimi faceva i bagagli, l’ultima che hanno cantato all’unisono, la canzone che raccontava la storia della loro amicizia in parole semplici che però non avrebbero potuto spiegarla meglio.&lt;br/&gt;Viola la sente ricominciare ancora, ostinatamente punta la radio verso il cielo. Pensa al Giappone. Pensa che ha dei risparmi in banca, soldi accumulati lavoretto dopo lavoretto e regalo dopo regalo. Pensa che potrebbe andare su internet e comprare un volo e colmare una volta per sempre quella distanza di cinque palmi sulla mappa.  Pensa che ai suoi genitori non importerà, purché si tolga finalmente dai piedi. Pensa a quando ha sentito quella canzone di nuovo, come se fosse la prima volta, a come l’ha afferrata direttamente al cuore e le ha fatto ricordare e capire. In maniera cristallina, come quel cielo da cui la pioggia è improvvisamente scomparsa. Pensa a come tre minuti e quattro note abbiano cambiato tutto, ricordandole un mondo che aveva smesso di esistere ma che dopotutto forse esiste ancora, solamente più &lt;em&gt;lontano&lt;/em&gt;. &lt;br/&gt;A cinque palmi, e circa mille e ottocentoventicinque giorni  di distanza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;[Caro amico mio, guarda il cielo, adesso stiamo guardando lo stesso cielo&lt;br/&gt;Non importa quanto siamo distanti, stesso mondo, stessa generazione&lt;br/&gt;noi, come il cielo ed il mare, se potessero essere connessi da qualche parte]&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;[Caro amico mio&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;se potessi seguire quelle nuvole, mi chiedo se mi condurrebbero alla tua città]&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;[ Dì “ciao”&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;ho provato a gridare forte il tuo nome nel cielo&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Mi manchi davvero, ma non posso nemmeno vederti nei miei sogni]&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;[Come, se solo potessi volare libero nel cielo come quegli uccelli]&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;[Solo, non ci sono ali per me&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;posso invece abbracciarti con queste mani&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;così forte, come se invidiassi gli uccelli]&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;[Caro amico mio&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;se potessi afferrare quelle nuvole, mi chiedo se mi porterebbero dove sei tu]&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;[E se ci incontreremo di nuovo un giorno, la prossima volta ti stringerò forte la mano&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;in modo da non perderti]&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;[come un uccello, come un vento]&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.ladycaos.eu/" target="_blank"&gt;Diletta Fabiani&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;*&lt;em&gt;&lt;span&gt;La canzone a cui si riferisce non è molto conosciuta. Si intitola &lt;/span&gt;&lt;span&gt;&amp;#8220;Dear my friend -Tegami wo kaku yo-&amp;#8221; (Caro amico mio -Ti scrivo una &lt;/span&gt;&lt;span&gt;lettera-) ed è una vecchia canzone del cantante giapponese Miyavi.&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;Miyavi appartiene ad un genere musicale giapponese chiamato Visual &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;Kei, una buona introduzione la trovate qui: &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Visual_kei" target="_blank"&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Visual_kei" target="_blank"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/Visual_kei&lt;/a&gt;&lt;/a&gt; e una presentazione del cantante qui: &lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/MIYAVI" target="_blank"&gt;&lt;a href="http://it.wikipedia.org/wiki/MIYAVI" target="_blank"&gt;http://it.wikipedia.org/wiki/MIYAVI&lt;/a&gt;&lt;/a&gt; . Nel testo è &lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;riportata la traduzione in italiano del testo giapponese.&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/16694133702</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/16694133702</guid><pubDate>Sun, 29 Jan 2012 14:40:00 +0100</pubDate><category>Diletta Fabiani</category><category>Mimi</category><category>Racconti da musicassetta</category><category>racconto</category><category>Miyavi</category><category>Dear my friend -Tegami wo kaku yo-</category><category>visual kei</category><category>Giappone</category></item><item><title>#19: Candido di Evelyn De Simone // Mr. Crowley (Ozzy Osbourne)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Candido&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A diciassette anni mi innamorai per la prima volta: lui era il Kurt Cobain dei poveri e aveva  letto e riletto Trainspotting; per questi e per altri motivi (vedi, per esempio: indossare con nonchalance vistosi occhiali da sole femminili) aveva trovato, in brevissimo tempo, la combinazione del caveau dei miei sentimenti tardoadolescenziali.&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L&amp;#8217;avevo conosciuto a Pasquetta e dimenticato il giorno dopo, l&amp;#8217;avevo riscoperto il Ferragosto dell&amp;#8217;anno successivo e non era neanche arrivato il momento di pensare ai regali di Natale, quando mi lasciò crudelmente per telefono. Ma comunque.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In quel periodo non potevo ancora salire in macchina con gente che mia madre non conoscesse personalmente, si poteva fare uno strappo alla regola solo per i fratelli maggiori dei miei migliori amici, ma non per tutte le altre conoscenze e relative parentele. La cosa non fu un problema, visto che lui (che d&amp;#8217;ora in poi chiamerò Candido, non perché fosse il suo nome e neanche perché mi piace Voltaire, ma forse solo perché è il suo cognome&amp;#8230;.sssth!) aveva una Tempra bianca, identica a quella del padre di una mia amica, quindi mia madre non ci prestò mai tanta attenzione (solo una volta fece notare al padre di Serena quanto fosse disponibile a farci ogni sera da autista e lui, che era divorziato, non la contraddisse, anzi prese la considerazione di mia madre come una scusa per attaccare bottone. Qualche mese più tardi di bottoni ne attaccarono parecchi, effettivamente. Ma non posso raccontare un&amp;#8217;altra storia in parentesi. Quindi torno a Candido).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In quei pochi mesi scoprii tantissime cose che, invece di far affievolire il mio innamoramento come avrebbero dovuto, lo fecero impennare ai massimi storici perché, evidentemente, la sincerità in adolescenza paga: era vero che aveva letto Trainspotting, ma gli altri libri che leggeva erano quei bestsellers che odiavo tanto e non era mai riuscito a finire I sotteranei che gli avevo regalato con tanto di dedica pseudoerotica (da quella volta, l’ho regalato a tutti, e dico tutti, i miei uomini a mo’ di test d’ingresso); indossava Converse nere e camicie quadrettate che &lt;em&gt;mancomiononno&lt;/em&gt;, ma suonava in una cover band dei Black Sabbath, il suo codice pin sul cellulare era 0666 e voleva farsi tatuare un qualche simbolo satanico dietro l&amp;#8217;orecchio; in più non gli piacevano i sospiri, ma questa cosa merita un capoverso tutto suo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La Tempra bianca di Candido aveva un autoradio vecchissimo, c&amp;#8217;era una matita conficcata non so bene dove per tenere dentro la musicassetta, e noi non lo usavamo quasi mai; i sedili invece erano abbastanza comodi e non fu poi così peregrina l&amp;#8217;idea di dare sfogo agli ormoni proprio in quell&amp;#8217;abitacolo puzzolente di nicotina. Sarebbe inutile soffermarsi sui dettagli di quella tipologia di sesso, il sesso da prima volta insieme, quei brevi momenti in cui fai il paragone con gli altri (pochi) ragazzi e tutto ti sembra molto meglio e poi torni a concentrarti subito sul sesso in sé, perché a diciassette anni, dopo tre Tennent&amp;#8217;s, ti serve davvero un po&amp;#8217; di sana concentrazione, anche se questa non ti impedisce di farti troppo indietro con la schiena e suonare accidentalmente il clacson, nel bel mezzo di una campagna ai confini del mondo – ci siamo intesi, &lt;em&gt;quel&lt;/em&gt; sesso. Bé, insomma, non ero un&amp;#8217;esperta sull&amp;#8217;argomento, ma riuscivo a non imbarazzarmi guardando Loveline insieme a mia madre e la cosa mi faceva sentire abbastanza “emancipata” (all&amp;#8217;epoca lo pensavo probabilmente senza le virgolette), cercai dunque di trattenere lo stupore quando mi disse che odiava i sospiri. Proprio così “Odio i sospiri, metto un po&amp;#8217; di musica per coprirli”, tac! Una mano sull&amp;#8217;autoradio e partì &lt;strong&gt;Mr. Crowley di Ozzy Osbourne&lt;/strong&gt;. Candido si ristese sulla schiena, canticchiando “Diiiid iu tolc widddedeeeed?”, mentre io gli baciavo il collo cercando invano di recuperare un po&amp;#8217; di atmosfera. Pensavo all&amp;#8217;auto vista da fuori, poi pensavo alla mia frangetta incollata sulla fronte, poi mi riconcentravo sul sesso, sesso, sesso. Ma niente, qualsiasi cosa facessimo lui continuava “Yooor laif stail tu mi siiiim so tregic”. Non si sentirono più sospiri, quella sera, e non perché Candido e Ozzy li stessero coprendo alla perfezione, semplicemente smisi di emetterne: tornai sul mio sedile e, siccome a Loveline non avevano mai parlato di un’eventualità del genere, improvvisai e decisi che accendere una canna fosse la cosa migliore per dissimulare imbarazzo e costernazione. Lui continuava a cantare; evidentemente, era felicissimo e la canzone durava il tempo necessario per dimostrarlo fino in fondo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In un batter d’occhio arrivò novembre e se fai il quinto al liceo, novembre lo passi a cercare di capire Kant, a fare una ricognizione della tua inadeguatezza nello studiare e, pertanto, a rivalutare tutte le tue relazioni sociali. Inutile dire che io fossi la prima della lista, tra le relazioni di Candido da rivalutare: venni dunque rivalutata e cancellata qualche giorno dopo l’Immacolata, presi un aereo e me ne andai a Londra per un po’ e quando tornai mia madre era innamorata del papà di Serena, ma io non lo sapevo (vidi una Tempra bianca parcheggiata vicino casa mia, il cuore mi arrivò in gola per tornare subitaneamente al suo posto, quando spiando all’interno notai le Merit Slim che, ovviamente, non potevano appartenere a Candido).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La vita, tutto sommato, sembrava aver preso un corso regolare e, solo per pochi altri giorni, continuai a fare quello che avrebbe fatto qualsiasi ragazzina della mia età: ascoltavo col repeat quell’odiosa Mr. Crowley, struggendomi e chiedendomi se mi sarei mai innamorata di nuovo in quel modo, poi un martedì scacciai la domanda, ripresi ad ascoltare le cose che mi erano sempre piaciute e mi stappai una birra. Ci si sente terribilmente, meravigliosamente soli, alle volte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://verdematico.wordpress.com/" target="_blank"&gt;Evelyn De Simone&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/16356901620</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/16356901620</guid><pubDate>Mon, 23 Jan 2012 19:23:00 +0100</pubDate><category>Evelyn De Simone</category><category>Mr. Crowley</category><category>Ozzy Osbourne</category><category>Kurt Cobain</category></item><item><title>#18: La sciarpa grigia di Chiara // November Rain (Guns N' Roses)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La sciarpa grigia&lt;/strong&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Lui arriva, parcheggia, resta seduto in auto, il finestrino leggermente abbassato per fare uscire il fumo di sigaretta. Lo vedo dalla finestra dell’ufficio, la tazza di tè ormai freddo in mano. E’ quasi orario di uscita, lui è in anticipo, si vede che non ce la fa più a trattenere il suo segreto, mi deve vedere e parlare. Me l’ha detto anche al telefono ieri sera “Claudia, voglio vederti. Devo parlarti. Domani, subito”, quel subito buttato lì con impazienza, ansia, quasi a pretendere che capiti nel prossimo minuto.&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;So cosa vuoi dirmi. Lo so perché ti ho visto mentre la baciavi. Tu non mi hai notata ma io c’ero, stavo entrando al cinema, era una bella sera di febbraio. Tu avresti dovuto essere a Roma per lavoro e invece eri lì, fermo davanti al portone illuminato di una bella casa del centro, avvolto nella tua sciarpa grigia con le frange rosse che mi piace tanto, le tue labbra appoggiate sulle sue. Non ho guardato lei, non so se era bella o no, bionda o mora. I miei occhi continuavano a fissare la tua sciarpa, increduli che dietro ad essa ci fossi proprio tu.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;So cosa vuoi dirmi e non vorrei mai uscire da questo ufficio. Vorrei trovare una scusa, uno straordinario, un malessere grave per non scendere e non vederti. Ma questo non risolve le cose, le rallenta soltanto e alla fine le trasforma in un’agonia silenziosa che ti uccide a piccoli fotogrammi. È meglio affrontarle allora, di corsa, velocemente così feriscono di meno, o almeno sembra. Afferro il cappotto e corro giù dalle scale; non saluto, non aspetto l’ascensore con gli altri, mi dimentico sciarpa e guanti in ufficio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Busso gentilmente al finestrino prima di salire, per non spaventarti. Mi accorgo che hai lavato l’auto, l’hai pulita dentro e fuori e hai sistemato anche lo specchietto retrovisore che si era incrinato tempo fa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mi siedo senza guardarti in viso, fisso il vuoto davanti. Alla radio stanno trasmettendo &lt;strong&gt;November rain&lt;/strong&gt;: “Nothin&amp;#8217; lasts forever and we both know hearts can change”, è quasi una profezia. “&amp;#8230;And it&amp;#8217;s hard to hold a candle in the cold November rain”; fuori c’è una serata limpida di marzo e dentro l’auto scorre la pioggia di novembre. Su me e su te, sul mio vestito a fiori e sulle tue scarpe sportive. Amore mio come siamo arrivati a questo? Io e te siamo una cosa sola, la mia anima è fusa con la tua, il mio cuore ti appartiene. Sento le lacrime che affiorano copiose e non le trattengo. Aspetto le parole che spegneranno le mie speranze di invecchiare insieme a te, di noi due ancora innamorati tra venti e trent’anni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Cosa succede? Non stai bene?” mi chiedi allarmato e ti sporgi verso di me. Non rispondo, non posso, le lacrime mi strozzano. Allora prendi il mio viso e lo giri verso di te, con dolcezza e premura. “Claudia cos’hai? Ti prego rispondimi&amp;#8230;”. Allora alzo gli occhi, ti guardo, osservo il tuo profilo tra le ciglia umide. Poi un dettaglio, un colpo d’occhio, un flash improvviso mi ferma le lacrime e mi fa spalancare gli occhi. La sciarpa grigia ti avvolge il collo, calda e morbida come me la ricordavo. Ma le frange non sono rosse, sono blu&amp;#8230;blu&amp;#8230;blu! “La tua sciarpa” balbetto “l’hai cambiata?”. “Ma che dici? “mi guardi con il punto interrogativo sul volto. “E’ sempre la solita, ce l’ho da un anno, non ricordi? L’abbiamo comprata insieme, io la volevo con le frange rosse ma tu hai insistito tanto per prenderla con le frange blu, dicevi che il rosso è volgare e il blu elegante. Ma che ti succede oggi? Sei strana..”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;All’improvviso mi sento rinascere e provo una gioia incontenibile. Le lacrime lasciano spazio al sorriso, ti abbraccio e ti bacio. So che penserai che sono matta, ma te lo lascio pensare. Sì, sono matta, ma non mi importa, sono felice. Anche se ora mi chiedo cosa volessi dirmi di così urgente. Respiro a lungo, dieci venti secondi che sembrano un’eternità. Poi te lo chiedo, tu sei ancora stranito, confuso dal mio comportamento, divertito forse e con una luce strana negli occhi. “Ieri non sono andato al lavoro . Sono stato in giro a cercare una cosa e l’ho trovata. Volevo mostrartela subito, non posso aspettare”.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ti volti verso il sedile posteriore. Io seguo il tuo sguardo, tutto sembra come al rallentatore, come in uno di quei video musicali che mi piaceva guardare in tv qualche anno fa. E all’improvviso capisco. Capisco la tua impazienza, la tua telefonata, il tuo sguardo carico di aspettativa. Capisco tutto e sorrido. Perché in quella scatola di cartone anonima e umida di pioggia c’è tutto il nostro futuro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://lifewithmirtilla.blogspot.com/" target="_blank"&gt;Chiara - Life with Mirtilla&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/15942548996</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/15942548996</guid><pubDate>Mon, 16 Jan 2012 12:43:00 +0100</pubDate><category>La sciarpa grigia</category><category>Chiara</category><category>Life with Mirtilla</category><category>Racconti da musicassetta</category><category>November rain</category><category>Guns N' Roses</category></item><item><title>#17: Bentornata, solitudine di Babaji Degli Indisposti // Ring my bell (Anita Ward)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Bentornata, solitudine&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I suoi capelli profumavano di shampoo di parrucchiera, di quegli odori intensi, quasi falsi. Davanti allo specchio cercava di sistemarsi la frangia, ma quella non ne voleva sapere di stare al suo posto. &lt;br/&gt;Era essenziale che tutto fosse perfetto. Al Suo arrivo doveva essere incredibile. Solo ed esclusivamente incredibile.&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Erano quasi le otto di sera, dopo poco sarebbe arrivato. Come al solito. Lasciò stare un momento la frangia per lasciare spazio a una sigaretta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;I&amp;#8217;m glad you&amp;#8217;re home&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Well, did you really miss me?&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;I guess you did by the look in your eye (look in your eye, look in your eye)&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Well lay back and relax while I put away the dishes&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Then you and me can rock-a-bye&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Appena lo vide entrare, esitò. Non gli corse incontro subito, aspettò che si fosse seduto sul divano per riposarsi dalla lunga giornata di lavoro. Lo desiderava così tanto che dovette mordersi il labbro per trattenere un gridolino di gioia. Era altissimo, spalle larghe; poi le sue mani tozze le trasmettevano impulsi così profondi che dovette girarsi in fretta per non arrossirgli davanti. Era un tipo nervoso, lo si capiva da come digrignava i denti. Pensava sempre a qualcosa, difficilmente lo si poteva vedere rilassato. Anche in quel momento, sul divano, fissava il vuoto alla ricerca di un pensiero.&lt;br/&gt;Poi alzò lo sguardo nella direzione di lei, scappò un sorriso.&lt;br/&gt;Di scatto, lei, si toccò la frangia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;The night is young and full of possibilities&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Well come on and let yourself be free&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;My love for you, so long I&amp;#8217;ve been savin&amp;#8217;&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Tonight was made for me and you&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lei si incamminò lentamente verso la finestra, il passo era cadenzato dalla musica dentro la sua testa: lasciò che il vestito di seta trasparente scivolasse via, scoprendole una spalla. Piano piano, rimase seminuda. Il sorriso disegnato sul volto era tutto per lui, ma ancora faticava a guardarlo in faccia. Prese a ballare per guadagnarsi il coraggio.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;You can ring my bell, ring my bell&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;(ring my bell, ding-dong-ding)&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lui si alzò finalmente dal divano e, deciso, si avvicinò alla finestra. Poi chiuse la tenda.&lt;br/&gt;Dalla finestra di fronte, lei sospirò svestita. Non ci era riuscita nemmeno stavolta.&lt;br/&gt;&amp;#8220;Bentornata, solitudine.&amp;#8221; disse, spostandosi la frangia di lato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.flickr.com/people/babajidegliindisposti/" target="_blank"&gt;Babaji Degli Indisposti&lt;br/&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt;Anita Ward, &lt;em&gt;Ring my bell. &lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/15615558014</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/15615558014</guid><pubDate>Tue, 10 Jan 2012 12:38:00 +0100</pubDate><category>Anita Ward</category><category>Babaji Degli Indisposti</category><category>Ring my bell</category><category>17</category></item><item><title>#16: La Nespola di Sara Trofa // Grow grow grow (P.J. Harvey)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;La nespola&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&amp;#8220;Ho messo tutta la mia memoria dentro questa nespola, mangiala&amp;#8221;.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nadia lesse il biglietto che sua madre le aveva lasciato sul tavolo in cucina ma non le sembrò strano. Sua madre era così, amava le frasi ad effetto e cercava sempre un po&amp;#8217; più di attenzione. Lei, ormai, ci era abituata.&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Così bevette il suo caffé amaro e schiacciò PLAY: Polly Jean l&amp;#8217;avrebbe accompagnata per tutta la mattina, in loop, da una di quelle cassettine che con molta pazienza si era preparata, tempo prima, registrando più volte di fila la stessa canzone.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;I sowed a seed&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Underneath the oak tree&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;I trod it in&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;With my boots I trampled it down&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Grow&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Grow&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Grow&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Mentre il pezzo suonava, lei stanava i panni da lavare, gettava le bustine di tè accasciate ognuna nella sua tazza sporca, faceva una giravolta, fingeva di morire, bang, a terra, rideva, chiudeva gli occhi, guardava per aria, la testa le girava, il soffitto spariva. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Masticava una carota, un cioccalatino, un cracker vecchio da buttare, allagava il vaso di amarillis che aveva scordato per un mese e correva per tutta la casa, una casa piccola piccola, un andirivieni dalla cucina al bagno, scriveva spezzoni di e-mail e li salvava in bozze, non trovava le scarpe allora intanto si lavava i denti.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;I sowed a rose&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Underneath the oak grove&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;With my boots on the ground&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Into the earth I trampled it down&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Grow&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Grow&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Grow&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Le gengive le sanguinavano sempre, Nadia sputava e basta. Tutto aveva fretta, la lista delle cose da fare era intonsa, una miniatura perfetta ma lei aveva sonno, così si concedeva un pisolino: lei si fermava e la musica andava.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Teach me how to&amp;#8230;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Teach me how to&amp;#8230;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Lato B. &lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt;&amp;#8220;Grow grow grow&amp;#8221; &lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;di&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;strong&gt;&lt;span&gt; P.J. Harvey&lt;/span&gt;&lt;/strong&gt;&lt;span&gt; anche da quella parte, tutta quanta, perché la passione è fatta così.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Quando si svegliò, il pomeriggio era già buio di inverno e Nadia aveva fame, si guardò attorno e  senza pensarci mangiò la nespola che stava sul tavolo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Un tuono la squassò dentro e Nadia di colpo vide la madre, aveva i capelli lunghi di qualche anno prima e un vestito che non riconosceva, era su un precipizio e ne sentiva i pensieri, no, avvertiva le sue emozioni senza parole: voleva buttarsi ma non ci riusciva, aveva ancora un po&amp;#8217; di paura, non poteva andare, un magnetismo di vita sottile la tratteneva e ogni cosa peggiorava.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Nadia spalancò la porta e scalza cominciò a correre, correre, correre per raggiungere quel luogo, credeva di sapere dove fosse, l&amp;#8217;immagine della madre si ripeteva inchiodata nella mente, nel tuono, sul precipizio. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Credeva di sapere dove fosse ma poi non era lì, non c&amp;#8217;era nessun luogo e lei continuava a correre sperando di trovarlo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Teach me, Mommy&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;How to grow&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;How to catch someone&amp;#8217;s fancy&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;br/&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;Underneath the twisted oak grove.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Niente: &amp;#8220;Era un posto lontano, non ci sono mai arrivata&amp;#8221; - disse ad alta voce a se stessa quando ormai era troppo stanca anche per ascoltarsi. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;span&gt;La madre invece, sì, era già là dal mattino, senza più paura e &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;Nadia non la rivide mai.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;Tornata a casa, scalza, vomitò tutto ciò che aveva mangiato quel giorno, anche la nespola. &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/15448837771</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/15448837771</guid><pubDate>Sat, 07 Jan 2012 13:25:00 +0100</pubDate><category>Sara Trofa</category><category>La nespola</category><category>Pj Harvey</category><category>Grow grow grow</category><category>Racconti da musicassetta</category></item><item><title>#15: Un pugno nell'aria di Nicol Lynne // Smells like teen spirit (Nirvana - nella versione di Paul Anka)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Un pugno nell&amp;#8217;aria&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Rabbia. Il mondo intorno a lei girava all&amp;#8217;incontrario e lei non lo capiva. Frustrazione. Avrebbe voluto alzare le mani al cielo e sentirsi in armonia con esso, ma tutto quel che uscì da quel gesto fu un indeciso pugno nell&amp;#8217;aria. &lt;em&gt;Hello, hello, hello, how low?&lt;br/&gt;&lt;!-- more --&gt;&lt;/em&gt;Rabbia verso un mondo dominato dall’avidità degli affaristi. No, quel mondo non poteva essere il &lt;em&gt;suo&lt;/em&gt;. Non le apparteneva. E frustrazione. Frustrazione verso l’incapacità di una generazione, la &lt;em&gt;sua&lt;/em&gt; generazione, di costruire un’alternativa. Avide mummie conformiste alla guida di una società destinata al fallimento. Giovani menti costrette al silenzio da un&amp;#8217;intricata ragnatela di bende che mantengono in piedi un sistema imbalsamato e traballante. Marciume, corruzione, fetore, decomposizione. &lt;em&gt;Hello, hello, hello, how low?&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;Cosa le rimaneva? Qual&amp;#8217;era il suo posto, continuava a domandarsi. Incastrata in un meccanismo difettoso, continuava a ripetersi che nel suo meglio dava sempre il peggio. Priva di stimoli, ignorata nei suoi appelli e invisibile alla società, s&amp;#8217;aggrappava alla sua rabbia e lì vi si crogiolava. La nutriva, accompagnata da un contorno di frustrazione e confusione. &lt;em&gt;Hello, hello, hello, how low?&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;Una rivoluzione? Forse. &lt;em&gt;Load up on guns, bring your friends&lt;/em&gt;. L&amp;#8217;impatto forte di una strofa che non le si staccava dalla mente. Coraggio le serviva e coraggio le mancava. I suoi avversari erano colossi se paragonati al suo innocente idealismo. Lo sapeva, la sua impresa sarebbe stata donchisciottesca, per non dire grottesca. &lt;em&gt;Hello, hello, hello, how low?&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;Sentiva il fetore della finanza ovunque si girasse e soffocava per la mancanza di lavoro e sicurezza. Era oppressa da un&amp;#8217;intrerminabile serie di errori e mancanze con una storia tanto lunga da risalire a prima della sua nascita. Si sentiva impotente; bloccata in un movimento fermo. Le sue intenzioni si erano paralizzate. Indolenza. &lt;em&gt;Hello, hello, hello, how low?&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;Rischiava di perdersi. Anzi, era a un soffio dal tracollo. Se ne rese conto quando, in un momento di resa, ripensò a un verso estremo e autodistruttivo&lt;em&gt;: The finest day I’ve ever had was when tomorrow never came&lt;/em&gt;. Si spaventò. Era davvero questo il destino di una generazione ignorata? Arrivare a sperare che il giorno perfetto sia quello che mai arriverà? No. Non poteva conformarsi a una tale resa. &lt;em&gt;Hello, hello, hello, how low?&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;Lei possedeva qualcosa di estraneo al mondo corrotto. Annaspava, è vero. Ma sapeva anche galleggiare. Viveva di onestà e la notte dormiva il sonno dei giusti. Non speculava. Non ingannava. Non nuotava seguendo la corrente dei &lt;em&gt;furbetti&lt;/em&gt;. Percorreva il suo cammino senza arrendersi. Non poteva arrendersi.&lt;br/&gt;Il mondo intorno a lei girava all&amp;#8217;incontrario e lei non lo capiva. Avrebbe voluto alzare le mani al cielo e sentirsi in armonia con esso, ma tutto quel che uscì da quel gesto fu un indeciso pugno nell&amp;#8217;aria. &lt;em&gt;Hello, hello, hello, how low?&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://pensieriepastelli.blogspot.com/" target="_blank"&gt;Nicol Lynne&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/15301800533</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/15301800533</guid><pubDate>Wed, 04 Jan 2012 19:50:00 +0100</pubDate><category>Un pugno nell'aria</category><category>Nicol Lynne</category><category>Racconti da musicassetta</category><category>racconto</category><category>Nirvana</category><category>Paul Anka</category><category>Smells Like Teen Spirit</category></item><item><title>#14: L'illogica allegria di Roberta Molteni // L’illogica allegria  (Giorgio Gaber)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L&amp;#8217;illogica allegria&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sono le quattro di un mattino qualunque. No, non è vero. Sono le quattro di mattina ed è il dodici settembre. È lunedì, questa volta. L’anno scorso no. L’anno scorso era domenica e ricordo esattamente un gran parlare di neve. Non riesco a contestualizzare, ma, potrei giurarci, si parlò di neve per quasi tutto il pomeriggio. Mangiammo pesce fritto. Il mare era piatto e nero. Per paura dell’autunno, ci inventammo un inverno precoce fra totani, patatine e sorsi di birra. Oggi è lunedì e non succede niente. No, non è vero. È lunedì e non è ancora successo niente. La sveglia è puntata alle sette. Il cielo pare volgere al sereno. &lt;!-- more --&gt;Anche nel buio riesco chiaramente a distinguere le virgole di nuvola che si preparano ad apparecchiare una bella colazione di sole. L’aria è frizzante. Il pigiama di cotone va benissimo. La mezza manica non è stata una cattiva idea. No, non è vero. La mezza manica è stata una pessima idea. La coperta di lana adagiata sul copriletto di lino lo dimostra chiaramente. Sarebbe stato meglio indossare una maglia a maniche lunghe. Ma va bene così. L’abat-jour è accesa. Sul pavimento i fogli buttati a casaccio disegnano ombrelloni. Se il pavimento fosse una spiaggia sarebbe una spiaggia libera, una di quelle che a guardarle dal mare sembrano appuntate alla costa con mollette colorate. Non è ancora successo niente. La caffettiera non si è ancora bruciata, la maglietta bianca è ancora pulita, le mani non tremano, non ancora. Il telefono non ha squillato. La strada è sporca da ieri sera: la lavano alle sette, quando suona la sveglia. La mela indossa ancora la pelle. I piedi sono nudi, le scarpe nell’armadio, il tappo sulla penna, il sonno attorno agli occhi. La banca è chiusa, il pane nei forni, i cani aspettano sugli zerbini. Non è ancora successo niente. Ci sono solo i fogli sul pavimento. Bianchi. Non ho scritto niente. Non sono riuscita a scrivere niente. Volevo fermare sulla carta l’odore delle lenzuola, il colore delle caramelle gommose, il calore del vino rosso, delle chiacchiere, delle note. Volevo raccontarti un segreto, un aneddoto, le regole di un gioco che facevo da bambina. Volevo rubare a settembre le sue t e la sua m ed inventarmi una parola nuova che le contenesse. Volevo, volevo, volevo. Volevo scrivere una lettera, scriverla a mano, tirando delle righe dove avessi sbagliato; una di quelle con le macchie d’inchiostro, con i baci lasciati fra le righe, come si faceva una volta: un breve manoscritto notturno, che fosse prima di noi e dopo l’attesa. La porta è chiusa, i gatti dormono, ho sete. Berrò più tardi, quando sarà il tempo per le cose di accadere. Berrò, sceglierò un vestito, stenderò i panni ad asciugare. Laverò via questa notte, la tua faccia, il mio tacere. Ti lavo via, caro sconosciuto. Lavo via l’occasione, l’ostacolo, le briciole. Rifaccio il letto e ti lavo via, come fossi stato qui e fosse ora di dimenticarlo. Ciao, mi chiamo Linda, ho trent’anni, lavoro sotto casa tua. Ciao Bruno, dicono ti piaccia la pasta al sugo e leggere sulla sdraio fumando sigarette rollate a mano. Dicono che correvi, che hai una bambina bruna, che il tuo odore ricorda il cuoio, perché di mestiere sei calzolaio. Ho comprato il disco di quella canzone, quella che canti ogni santa mattina. Da solo, lungo l’autostrada, alle prime luce del mattino, a volte spengo anche la radio e lascio il mio cuore incollato al finestrino. Fa così, parole semplici e bellissime e mi è piaciuta subito. Sono fatta così, come i miei capelli: timidi e curiosi; sembra sempre io debba scappare all’improvviso, proprio come loro. Guardo di lato ma tendo verso l’alto, come fosse sempre da un’altra parte il posto giusto per me. Lo so, del mondo e anche del resto, lo so che tutto va in rovina. Bruno caro, come è vero. La fine del mese, la luce da pagare, la voglia di un bel vestito e farsela passare con un paio di calze colorate comprate al mercato. Poi ti regalano un gerbera, al mercato: torni a casa, la metti nel vaso accanto al fornello e anche il riso bianco è un pochino più buono. Alla fine avete ragione voi, tu e la tua canzone: càpita così, di stare bene, all’improvviso, nonostante tutto, magari perché un cristiano con i riccioli e un libro in mano attraversa la strada con il solito passo ciondolante e tu sei lì a guardarlo e quel passo è un tramonto, una poesia, un punto esclamativo fra l’ultimo numero di Vanity Fair che hai in mano e il sorriso di circostanza regalato alla signora che sperava ci fosse Garko in copertina. Vendo giornali. Sotto casa tua. Il secondo turno del mattino. Piaci alle donne e le donne mi parlano di te. Io arrossisco, cerco il resto e faccio finta di niente. Ti preparo la cena ogni sera da tanto tempo. Forse ad averlo saputo avresti anche portato un dolce. Questa notte non ho dormito, caro Bruno. Il perché ha un nome e ieri indossava un vestito verde. È bellissima e sorride anche con le mani. Cosa posso farci? Non ho dormito per scriverti, per dirti che ci sono, che ho imparato a memoria tutte le canzoni di &lt;strong&gt;Giorgio Gaber&lt;/strong&gt;, che il rosso ti dona più del marrone, che sei la mia &lt;strong&gt;Illogica Allegria&lt;/strong&gt;; che devo dirti addio o non vado più da nessuna parte, ma sono felice per te, per chi ti conosce davvero, per i regali che tuo malgrado mi hai fatto, un giorno alla volta, un miraggio alla volta. Ciao Bruno, mi chiamo Linda: ti amo da un secolo, mi sembra, ma è lunedì e questa volta devo andare, prima che anche oggi le cose accadano senza di me. Questa lettera è per te. Peccato non averla mai scritta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://lemiemadri.blogspot.com/" target="_self"&gt;Roberta Molteni&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/14210601943</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/14210601943</guid><pubDate>Wed, 14 Dec 2011 11:48:00 +0100</pubDate><category>Roberta Molteni</category><category>L'illogia Allegria</category><category>Giorgio Gaber</category><category>Racconti da musicassetta</category><category>14</category><category>Le Mie Madri</category></item><item><title>#13: «Spera, mira, spera»: ovvero di nebbia, di pinot nero, di storie nascoste dietro alle cose di Caterina Mariani // Il vino (Piero Ciampi)</title><description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;&lt;strong&gt;«Spera, mira, spera»: ovvero di nebbia, di pinot nero, di storie nascoste dietro alle cose&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E&amp;#8217; una sera di Ottobre. La casa non parla mentre la nebbia sbatte contro le finestre portando il suono del primo freddo. Il divano dà sollievo al mio corpo stanco e lo stereo, da cui esce &lt;strong&gt;«Il Vino» di Piero Ciampi&lt;/strong&gt;, alla mia mente confusa da pensieri attorcigliati.&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Decido di alzarmi, guardare la mensola in cucina, scegliere lentamente una bottiglia di vino rosso. «Spera, mira, spera» - canta Ciampi - e io decido per un Pinot Nero di Gottardi del 2006.&lt;br/&gt;Amo, da sempre, la storia nascosta dietro alle cose.&lt;br/&gt;E per un vino non c’è differenza.&lt;br/&gt;Poca è la qualità di un bicchiere di cui non si conosce la storia.&lt;br/&gt;Mi piace comprare una bottiglia consigliata da qualcuno a cui tengo. Mi piace sentire le parole di chi – quella bottiglia -  me la sappia raccontare. E allora la parola diventa esercizio dei sensi.&lt;br/&gt;Mi piace quando riesco a incontrare un buon vino e un buono sguardo nello stesso istante.&lt;br/&gt;Stappo la bottiglia. Il cuore e la mente si aprono ai suoi profumi. Cerco il ricordo di quale vita, quali istanti, quali luoghi, siano già stati attraversati da quegli odori.&lt;br/&gt;Mentre verso un vino mi piace immaginare il carattere delle mani e della terra che hanno cullato le sue uve. Vedere, nel suo colore, il cuore di chi lo ha desiderato, accudito, amato.&lt;br/&gt;Versandolo nel bicchiere prendo il giusto tempo per godere di quel momento.&lt;br/&gt;Ogni cosa ha bisogno del suo ritmo e dei suoi spazi.&lt;br/&gt;E per un vino non c’è differenza.&lt;br/&gt;Come con un amante, non bisogna avere fretta.&lt;br/&gt;Rispettare i tempi affinché il suo movimento - creato da un bicchiere - si plachi, i profumi si aprano tutti insieme e ognuno per sé, affinché il sapore maturi.&lt;br/&gt;Poi, quando il vino è entrato attraverso gli occhi, attraverso la mente, attraverso il cuore, il suo gusto si apre prorompente nella bocca. E il sapore diventa l’ultima istanza dell’attrazione.&lt;br/&gt;E bevo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Caterina Mariani&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/13556359903</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/13556359903</guid><pubDate>Wed, 30 Nov 2011 21:34:00 +0100</pubDate><category>Caterina Mariani</category><category>«Spera mira spera»: ovvero di nebbia di pinot nero di storie nascoste dietro alle cose</category><category>Spera mira spera</category><category>Piero Ciampi</category><category>Il vino</category></item><item><title>#12: L'abbraccio di SIBY // "Voi che sapete” da Le nozze di Figaro (Wolfgang Amadeus Mozart)</title><description>&lt;p&gt;Era una notte buia e tempestosa quando accadde.  Nera, senza nuvole,  solo la luna, un quarto crescente, a illuminare la strada. Tanto vento, che io ricordi la notte più ventosa e fredda della mia lunga vita.  Ero completamente felice.  Completamente e totalmente appagata dalla mia vita di allora. Un lavoro non logorante, una cerchia ben scelta di persone da frequentare, un corpo non brutto e non bello, affascinante nella sua normalità che attirava il giusto numero di uomini.  Non che mi importasse alla fine: io avevo lui.&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ci eravamo conosciuti nel modo più banale possibile, alla fermata dell’autobus. Era simpatico, estroverso, ciarliero, esattamente il mio contrario, e grande amante della musica classica. Del nostro primissimo incontro ricordo solo che mi ritrovai ad ascoltare, canticchiata dalla sua voce bassa, &lt;strong&gt;l’aria di Mozart “ Voi che sapete” da Le nozze di Figaro&lt;/strong&gt;. Poi una stretta di mano e ognuno sul suo predellino. Invece le vie della passione sono strane e tortuose, girano su se stesse, o forse semplicemente vivere in una piccola città aiuta a ritrovarsi e così alla fine dalla stretta di mano passammo ad un caffè e poi all’amore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Era sposato, ci tenne a precisarlo subito, né finse di essere in crisi con la moglie o di aspettare il divorzio. Amava la moglie ma amava anche me. Amava la mia capacità di mettermi al suo servizio come gli piaceva dire, di esserci sempre, di comprenderlo. Io semplicemente ero immersa in quell’amore come si è immersi e avvolti dalla luce dell’estate, abbagliata a tal punto da non volere ombra che mi mostrasse le forme reali delle cose.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In quella notte  lo aspettavo.  Venne alla solita ora, col solito completo stropicciato dalle ore in ufficio ma col viso arrossato dall’aria fredda. Per arrivare a casa mia bisogna percorrere un bel tratto a piedi su  una stradina sterrata che corre lungo la statale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Amo la mia casa e la sua solitudine, il fatto che si trovi su un terreno una volta consacrato, il muro rosicchiato dal vento di quello che era il piccolo cimitero secoli fa e che ora è solo la parte più meridionale del mio giardino. Non fosse per le poche lapidi che si vanno sgretolando giorno dopo giorno, vento dopo vento, nulla potrebbe far capire che vivo nella vecchia canonica di quello che una volta era uno dei più vivaci centri agricoli della regione. Ma il tempo cancella e modifica le cose e dove  c’erano campi di grano e greggi ora sorge un’anonima e banale città industriale che non ha nulla di poetico tranne il riflesso del sole al tramonto sul fiume.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sapete cosa mi piaceva immensamente di lui? Le sue mani: forti, segnate dalle vene, e mi dispiacque davvero dovergliele tagliare. Ma erano così meravigliosamente eleganti, così adatte, così da uomo che non resistetti.  E poi fissandolo nei suoi begli occhi spaventati gli aprii il petto  e raccolsi il sangue che usciva dalla lacerazione. Continuai a guardarlo per tutto il tempo finché i suoi occhi restarono fissi e vitrei, persi nella sorpresa della morte. Poi finalmente bevvi il sangue raccolto. Era buono, denso e dolce, ed era sangue di un uomo giovane e forte che mi avrebbe placato la fame per un altro anno. Era sangue stillato la notte dell’ultimo giorno di ottobre, il giorno più forte per una strega come me.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Io lo amavo davvero, l’avevo scelto. Per la sua età, per il suo aspetto, per il suo odore e anche perchè mi faceva ridere. Lui era speciale, diverso da tutti quelli che l’avevano preceduto .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E  decisi di tenerlo sempre con me.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ora nella parte più meridionale del mio giardino c’è un ospite in più, sotto la lapide della mia prima vita, sotto Elizabeth, c’è lui, avvolto dalla terra profumata di caprifoglio in estate e umida di muschio in inverno. Il mio ospite speciale. Ormai del suo bel corpo non è rimasto nulla e solo le sue ossa riposano ma a volte, quando il peso degli anni si fa sentire vado a trovarlo, smuovo la poca terra che lo ricopre e mi sdraio ancora tra le sue braccia. Quando arriverà la mia ora aspetterò la morte così. Anche le streghe amano.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;SIBY&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/13413005449</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/13413005449</guid><pubDate>Sun, 27 Nov 2011 20:49:00 +0100</pubDate><category>SIBY</category><category>L'abbraccio</category><category>Voi che sapete</category><category>Le nozze di Figaro</category><category>Wolfgang Amadeus Mozart</category></item><item><title>#11: L'idea di una persona di Bri // High &amp; Dry (Radiohead)</title><description>&lt;p&gt;&lt;span&gt; &lt;/span&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoNormal"&gt;&amp;#8220;Ho conosciuto una persona che ancora non conosco bene, di cui ancora non so che posto prenderà nella mia vita. Se penso a lui però immediatamente penso alla loro musica, i &lt;strong&gt;Radiohead&lt;/strong&gt;. Loro più di ogni altra cosa parlano di lui. E meglio di ogni altra cosa lo descrivono.&lt;br/&gt;E quello che so di lui o penso di sapere è solo un riflesso di questo.&amp;#8221;&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoNormal"&gt;Sono passati diversi mesi da quando ho scritto queste parole, da quando ancora non conoscevo bene &lt;em&gt;lui&lt;/em&gt;,&lt;br/&gt;Anzi, in realtà, è passato poco più di un anno. Ci sentiamo spesso &lt;em&gt;io e lui&lt;/em&gt;, quasi tutti i giorni. O meglio abbiamo ripreso a sentirci dopo tre mesi in cui io me l’ero presa, perché non ero riuscita a capirlo. &lt;br/&gt;È difficile questa cosa qui dei legami, sono qualcosa che si plasma e si adatta, o la si fa adattare, a come uno è fatto e, se ne vale la pena si cerca di fare il possibile per stringerli e non lasciarli allentare, proprio come si fa con un nastro: o lo si stringe forte a nodo o lo si scioglie. Io non riesco ancora a capire il perché abbia deciso di stringerlo tanto forte che mi fanno quasi male le mani e i denti. Ma queste, forse, sono cose che uno non deve chiedersi, succedono e basta e probabilmente non puoi decidere la persona per cui sei disposto anche a farti del male.&lt;/p&gt;
&lt;p class="MsoNormal"&gt;Ora quei pensieri che, tempo fa, cominciai con “Ho conosciuto una persona” &lt;br/&gt;posso cambiarlo facendolo diventare un “Conosco una persona”, ma quello che, a distanza di molto tempo, non posso cambiare è l’“ancora &lt;em&gt;non&lt;/em&gt; conosco bene”. &lt;br/&gt;Certe persone rimangono un’incognita, impossibili da capire (o anche solo cogliere), e, anche se non sai bene il perché, le scegli e sai di volerle accanto. &lt;span&gt; &lt;/span&gt;Un’altra costante rimane quella che, quando penso a lui, penso ad una canzone. &lt;br/&gt;&lt;strong&gt;High &amp;amp; Dry, Radiohead&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;a href="http://marysunright.blogspot.com/" target="_blank"&gt;Bri&lt;/a&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/13111066035</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/13111066035</guid><pubDate>Mon, 21 Nov 2011 15:20:00 +0100</pubDate><category>Bri</category><category>High &amp;amp; Dry</category><category>Racconti da musicassetta</category><category>Radiohead</category></item><item><title>#10: La mia lunga, lunga notte di Maria Bellotto // Every rose has its thorn (Poison)</title><description>&lt;p&gt;“&lt;em&gt;I know I could saved a love that night&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;If I&amp;#8217;d known what to say&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Instead of makin&amp;#8217; love&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;We both made our separate ways&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;em&gt;and now I hear you found somebody new&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;and that I never meant that much to you&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;To hear that tears me up inside&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;And to see you cuts me like a knife”&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;br/&gt;Oggi inizio a preparare gli scatoloni. Il trasloco sarà tra due settimane e ormai ho rimandato troppo. E credo che entrambi sappiamo perché lo ho fatto.&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per paura ma anche per rispetto di quello che avrei trovato, frugando tra le vecchie cose messe da parte, nascoste, gettate nell’angolo dopo quel giorno.&lt;br/&gt;Ma ora devo venire a patti con ciò che è stato e affrontare quel fantasma che ormai da troppo mi lacera dentro, domandandomi ossessivamente se non sarebbe potuta andare diversamente.&lt;br/&gt;Se magari quella notte non avessi potuto salvare un amore, come &lt;strong&gt;in quella canzone che raccontava di rose, spine e dell’alba dopo le ombre.&lt;br/&gt;&lt;/strong&gt;Non so di chi sia stata la colpa, se di colpe si può parlare, e se sia stata di qualcuno; ma in fondo, ha ancora importanza? Rimuginare sul passato non ti riporterà da me, ora lo so.&lt;br/&gt;E so esattamente dove sono le nostre cose, so esattamente di cosa si tratta.&lt;br/&gt;Ritrovo le nostre foto, le tue lettere, i nostri biglietti e i ricordi di ciò che avevamo.&lt;br/&gt;Ritrovo persino un mazzo di chiavi. Ti ricordi? Ero convinta di averlo perso e siamo andati insieme a farne uno nuovo. Quel giorno di pioggia.&lt;br/&gt;Vorrei tanto potermi fermare e far finta che nulla sia successo. Rimettere a posto tutte queste cose e continuare a coltivare il mio dolore di nascosto, come una vecchia signora cura le sue orchidee.&lt;br/&gt;Ma ho capito che ora non mi è più possibile. Non posso più illudermi e, quando qualcosa non va come desidero, far finta che non stia accadendo. Ti ricordi? Mi riesce benissimo.&lt;br/&gt;Ieri ti ho visto, forse è stato questo a spingermi a cercare di gettar via tutto di te.&lt;br/&gt;Ti ho visto con una lei, la tua nuova lei. E vedervi insieme, vedere come le stavi accanto, quasi proteggendola, gravitandole attorno come un gabbiano attorno alla vela di una barca, mi ha fatto capire che forse non ho mai significato così tanto per te.&lt;br/&gt;Mai avevo visto quella luce nei tuoi occhi, quella cura nei tuoi gesti.&lt;br/&gt;Questa cosa mi uccide, ma in fondo, mi dà la forza per andare avanti e, finalmente, liberarmi del tuo ricordo.&lt;br/&gt;Metodicamente impilo tutte le scatole che contengono la nostra vita insieme e le lascio fuori dalla porta. Poi ci ripenso. Pensavo di chiamare mia madre e chiedere a lei di gettarle via, ma ora desidero farlo io stessa, quasi come se fosse una sorta di cerimonia religiosa, un gesto catartico e apotropaico.&lt;br/&gt;Scendo in strada, non sento nemmeno il vento freddo di fine ottobre, e getto tutto in un cassonetto.&lt;br/&gt;Mi sento come leggera, rientrando in casa.&lt;br/&gt;Come se mi fossi liberata di una grossa preoccupazione.&lt;br/&gt;Ogni rosa ha le sue spine e ogni notte la sua alba, cantavano.&lt;br/&gt;Forse ora anche io posso risvegliarmi nella mia alba, anche se per farlo ho dovuto aspettare tutta la notte.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“&lt;em&gt;Every rose has its thorn&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Just like every night has its dawn&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Just like every cowboy sings his sad, sad song&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;em&gt;Every rose has its thorn”&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Maria Bellotto&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/12787190756</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/12787190756</guid><pubDate>Mon, 14 Nov 2011 13:37:00 +0100</pubDate><category>La mia lunga lunga notte</category><category>Maria Bellotto</category><category>Every rose has its thorn</category><category>Poison</category></item><item><title>#9: Latte freddo di Allegra de Mandato // Chiamami ora (Vinicio Capossela)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Latte freddo&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“&lt;em&gt;&lt;strong&gt;Chiamami ora&lt;/strong&gt; che la tua pelle non mi consola, né la tua pelle né il tuo viso divis e un’ombra scura è scesa su di noi&lt;/em&gt;…”, ecco stamattina ho acceso il mac e itunes ha fatto partire subito&lt;strong&gt; Vinicio&lt;/strong&gt;, random, a caso, l’ho ascoltata tutta senza respirare.&lt;/p&gt;
&lt;!-- more --&gt;
&lt;p&gt;Le parole sono state ossessioni per noi. Poi è arrivato il silenzio. Oggi avrei voluto solo bere un caffè macchiato con te, seduti a preparare risposte per domande che non arrivano mai. Stamattina solo con la maglietta bianca che hai dimenticato qui, e un bicchiere di latte freddo l’ho rifatto, erano anni che non lo facevo, da quando eravamo nella stessa cucina, la dividevamo o meglio tu me la lasciavi quasi tutta e io ci vivevo dentro, insomma l’ho rifatto, ho aperto il dizionario a caso e scelto una parola, la parola della giornata.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Indovina? Ho camminato e ho respirato, chissenefrega di vagare e non muoversi mai, ho bevuto il latte freddo con la tua maglietta addosso come se adesso, di colpo tutto tornasse qui, ritrovo la tua roba, sì, vestiti, libri, scarpe, roba. La ritrovo e la indosso, mi travesto, prendo in giro il tempo, bevo latte freddo e prendo in giro il tempo. Non ho niente da raccontarti, dieci anni e niente da dire. Cose ne sono successe tante da contenerle, eventi fondamentali, importanti, le cose della vita, ma da raccontarti non ho niente, da raccontare a te non mi rimane niente.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“&lt;em&gt;brancola la sposa, brancola il suo velo di rosa, si muove a pezzi dorme e non riposa…”&lt;/em&gt;ecco questa è la mia parte preferita, le storie nascoste dentro le canzoni di Vinicio, abbiamo passato un’intera notte e due bottiglie di Chianti a parlarne e delirarne.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Con te non è successo niente, in questi dieci anni a me è successo tutto ma non ho niente da dirti. Cerco di essere asciutta, non emotiva, mi hai lasciata in mezzo alla strada perchè ero troppo emotiva e me ne sono andata. Ho iniziato a essere me, sono rimaste frasi da dire e soprattutto momenti da passare, no, non ho visto il deserto e non ho mangiato pesce crudo, lo fanno tutti…sì ho partorito, sì ho mangiato struzzo, non sono capace di dirti perché. Ho fatto uno strano esorcismo e mi ero ripromessa di tenermelo per me, ma ora che è successo tutto e non è cambiato niente te lo dico. Sono stata da sola in tutti i posti dove eravamo stati insieme, tutti, ci ho messo un anno, li ho rivissuti da sola per cambiare il ricordo. È stato bello, ma non è servito a niente.                                                                                                                                          Hai deciso che ero troppo emotiva ma sei andato tu a rapinare una banca , o a uccidere un politico, o a cercare una cura per qualche malattia tropicale o ad arruolarti nei corpi di pace o a buttarti sotto un treno perché non ce la facevi più e perché ti è sempre piaciuta l’idea di suicidarti rompendo un po’ i coglioni alla gente. Ho raccontato ogni sera per quell’anno che avevi fatto qualcosa del genere, ogni sera una cosa diversa, sempre più grossa, sempre più senza via di ritorno, sempre più pazzesca. Non perché non volevo una fine banale ma perché m’inventavo me stessa in quelle storie.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“&lt;em&gt;dov’è la casa ora che il cielo è caduto?”&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Stamattina ho messo la tua maglietta, bevuto un bicchiere di latte freddo e aperto il dizionario, che ho dimenticato che dicevi che le parole valevano tutte la pena, l’ho aperto come nel nostro gioco, a caso. Indovina? “&lt;em&gt;Incorrere&lt;/em&gt;”: &lt;em&gt;andare a finire, venirsi a trovare in qualcosa di spiacevole e spesso di imprevisto&lt;/em&gt;&lt;em&gt;.&lt;/em&gt; Ho bruciato la maglietta, ho buttato nel lavandino il latte freddo avanzato, hanno ripreso a succedere eventi, è rimasta la voglia di quel caffè macchiato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“&lt;em&gt;sognami qui come ero, sognami come eri tu, non ritorna il tempo per noi e ora sai com’era vero, ora sai com’eri tu”&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href="http://allegramood.blogspot.com/" target="_blank"&gt;Allegra de Mandato&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/12557529409</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/12557529409</guid><pubDate>Wed, 09 Nov 2011 16:28:00 +0100</pubDate><category>Racconti da musicassetta</category><category>Allegra de Mandato</category><category>Chiamami ora</category><category>Vinicio Capossela</category><category>9</category><category>Latte freddo</category></item><item><title>#8: L'ultimo pezzo di noi di Denise Giorgio // Babe I’m Gonna Leave You (Led Zeppelin)</title><description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’ultimo pezzo di noi&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ero accanto a lui, nella stessa stanza, ma era come se fossi lontana chilometri e anni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Bloccata, ferita, delusa da me stessa. Desideravo solo che quel giorno finisse. Avrei voluto poter chiudere gli occhi e ritrovarmi senza rimpianti nella mia casa, nella mia camera, tra le mie cose. Libera di ridere. Libera di piangere. Libera di spegnere e accendere i pensieri.&lt;!-- more --&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Continuavo ad evitare i suoi occhi, ad urtare contro il suo sguardo senza mai centrarlo.&lt;br/&gt;Ogni cosa di lui mi irritava, mi infastidiva, mi spingeva a desiderare di essere anche fuori, al freddo, sotto la pioggia battente, in balia dei fulmini, piuttosto che continuare a condividere la sua stessa aria.&lt;br/&gt;Il suo profumo mi nauseava. I suoi tic mi bruciavano dentro. Il suo lavorare, a dispetto del mio far niente, mi faceva impazzire.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Aver discusso, aver preso in faccia i suoi insulti e le sue accuse, mentre me ne stavo immobile a non dire neanche una parola in mia difesa, era un film che la mia mente continuava a proiettare nell’aria morta di quella stanza. Senza pause per respirare.&lt;br/&gt;Soffocavo. Sentivo la mia testa scoppiare e racchiudere un altro temporale. Più violento.&lt;br/&gt;Io ero seduta lì, ad aspettare, a rimuginare, mentre lui, calmo, ticchettava la tela di pennellate color oro.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Mi allontanai. La camera in stile ottocentesco, con mobili in noce e tende broccate e pesanti alle finestre, era ampia per due sole persone, come noi. Eppure io la sentivo come cucita addosso.&lt;br/&gt;Seduta sul bracciolo del divano, poggiata al termosifone bollente, aprii la finestra e lasciai che l’aria fredda dell’autunno mi schiaffeggiasse senza preavviso.&lt;br/&gt;Potevo sentire la punta del naso perdere sensibilità, i capelli arruffarsi, le orecchie indolenzirsi, a dispetto della pancia, attaccata al calore forte, quasi crudele.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per un po’, riuscii a fingere di essere in un altro posto. Ascoltavo il rumore della pioggia. La chioma dell’albero accanto all’albergo, danzava con il vento. Tra quelle foglie, cominciai a vedere l’espressione del suo volto.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;“Tu usi me, come stai usando lui.. e sai una cosa? Forse anche io non sto facendo altro che usarti. Pensaci, Nicole”. Freddo. Da una finestra poco distante, nella pioggia, cominciarono a risuonare note di chitarra. Dolorose. Come graffi. “&lt;strong&gt;Babe I’m Gonna Leave You” dei Led Zeppelin&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Una lacrima tagliò la mia guancia, segandola. Poi un’altra. E un’altra. Lacrime confuse con quelle di un cielo troppo grigio.&lt;br/&gt;Lasciai ancora che il freddo congelasse i pensieri che mi stavano tormentando, per non ascoltarli più. Bastava aspettare che la notte passasse e poi sarei tornata a casa. Lui sarebbe scomparso ancora e io avrei ricominciato a vivere della sua assenza.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma perché ero lì? Perché avevo deciso di seguirlo?&lt;br/&gt;Quando la pioggia cominciò a picchiare più forte, chiusi la finestra e scivolai dal bracciolo, sul cuscino. La musica lentamente finì e tornai a quel silenzio.&lt;br/&gt;Sulla pelle, solo il rumore del pennello veloce.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Senza pensarci, afferrai la borsa dall’altra parte del divano. Cercai il mio taccuino e una penna. Cominciai a scrivere.&lt;br/&gt;Per un istante, non sentii più i suoi tocchi di colore. Istintivamente, alzai lo sguardo e lo sorpresi a fissare la mia mano. Poi guardò me. Affondò quegli occhi nei miei. Mi frustò con le sue ciglia nere, per l’illusione di un secondo e tornò alla sua tela.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Rimasi a guardarlo. Immobile. Per quanto mi irritasse, per quanto mi ferisse, non potevo fingere di non sapere perché fossi lì. Scuse ufficiali e lavorative, a parte, il mio stupido cuore sapeva più di quanto volessi ammettere e avrebbe potuto ricamare ben altre ragioni.&lt;br/&gt;Provavo qualcosa di così forte e in contrasto. Tutto di lui mi attirava a sé. Ma niente riusciva a farlo, come il grigio dei suoi occhi. A volte erano segreti specchi, in cui si disegnavano i tratti spezzati della mia anima.&lt;br/&gt;Il suo profumo, i suoi passi goffi, il modo in cui la maglietta, che indossava mentre lavorava, dipingeva la linea del suo busto, le braccia sottili, ma forti quando ti stringevano. Niente era neanche lontanamente paragonabile alla profondità del suo sguardo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Certe notti, ripensando a ciò che stavo vivendo, nel silenzio della mia stanza, riuscivo a sentire i lamenti della mia paura di innamorarmene. La dipendenza, i battiti accelerati, il respiro spezzato, il bisogno e la necessità di ascoltare la sua voce, la sofferenza, la dolcezza, la paura dell’abbandono.&lt;br/&gt;Tutto mi girava nella mente come un avvertimento, ma la bellezza dei suoi occhi andava oltre. Oltre la paura. Oltre l’abbandono. Oltre il tempo. Oltre la mia ragione. Li avrei osservati per ore, contando i battiti di ciglia, i cambiamenti di colore dal verde al grigio, per vederli sorridere o immaginare un mondo nuovo.&lt;br/&gt;Ed era un innovativo, un fantasista esperto, sapeva vedere là dove gli occhi di tutti non sanno guardare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lui sapeva guardare. Guardarti dentro o semplicemente guardare un tramonto, trovandoci infinite sfumature nascoste e speranze per il giorno successivo. Sapeva vivere di giorno in giorno, senza lasciarsi fregare dalla paura per il futuro. Sapeva vivere della sua arte, facendosi bastare la vendita di un dipinto fino a quando non avesse avuto una nuova ispirazione o nuova fortuna nelle vendite alla galleria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Non si risparmiava i periodi di magra, come quelli di improvvisa ricchezza. Tutto a suo prezzo. Non si vendeva e di certo non si sarebbe mai fatto comprare da nessuno. La sua indipendenza, la sua libertà mi affascinavano come niente prima di allora. Allo stesso tempo, il suo non appartenere a nessuno, la sua mancanza di radici, mi terrorizzava. Non puoi tener legato un bellissimo usignolo, con un filo invisibile. Non puoi tenerlo in gabbia. Non puoi impedirgli di volare via, verso cieli più belli del tuo. Non puoi costringerlo ad amare soltanto te, ad accontentarsi della tua luce, perché di cose da lassù ne avrà viste e ne vedrà sempre di più dolci e meravigliose. Cose che tu non conosci e con cui non potrai mai competere. Non puoi tenerlo stretto. Non puoi costringerlo a scegliere i tuoi rami, i tuoi fiori, i tuoi nidi. Eppure, se per puro caso, per fortuna o per magia, se per pura follia decidesse di restare, se fosse lui a scegliere te, allora tutto avrebbe di nuovo senso. L’universo, l’amore, la gioia, la sofferenza, il dolore, il freddo, il sole, il caldo, la pioggia, il tramonto, le stelle, la musica, il battito regolare del cuore, il respiro, i sogni, la magia, le fede, la morte. Tutto comincerebbe a girare. Tutto tornerebbe in vita.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Così, mi ritrovavo lì. Un attimo prima a versare lacrime segrete. Quello dopo, a guardarlo come si fa con un quadro che ami, per scoprire sempre nuovi dettagli. Cercare particolari nascosti. Osservare le sfumature di colore che te ne hanno fatto innamorare. Studiarle, criticarle e innamorartene ancora. E ancora.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L’aria si fece più calda e fuori cominciò a grandinare. Ero chiusa in una gabbia d’oro.&lt;br/&gt;Provai a scorgere cosa stesse dipingendo, ma il cavalletto, una sedia di legno intagliato protetta solo da un foglio di giornale, era tatticamente disposta per evitare i miei sguardi indiscreti. Cambiai posizione. Stesi le gambe e continuai a scrivere, guardando lui.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;I suoi zigomi poco sporgenti erano tinti di rosso. Le sue labbra imbronciate. Le sopracciglia increspate. Socchiudeva gli occhi, si avvicinava alla tela per poi allontanarsi di nuovo e riaprirli.&lt;br/&gt;Le dita erano sporche di bianco, di rosso e d’oro. Come il colletto della sua camicia bianca.&lt;br/&gt;Un ciuffo di capelli cadde sulla sua fronte e, con un gesto quasi infantile, lo riportò dietro l’orecchio, sporcandosi di polvere dorata. Senza saperlo, era diventato la sua vera opera d’arte.&lt;br/&gt;I suoi occhi sembravano specchiare ogni colore e guardandoli dimenticai ogni parola. Ancora una volta, i fulmini, rimasero fuori dalla nostra stanza. Ero offesa. Forse usata. Ma troppo incosciente per scappare nella direzione opposta.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quella notte, lontana dalle nostre case, lontana dalle nostre vite, ogni cosa detta dalla tua rabbia, dalla tua gelosia.. era vera. Avevi ragione.&lt;br/&gt;Lasciai correre quel tempo, senza autodifesa. Mi avevi ferita. Tagliata. Lasciai correre, senza sapere che quella sarebbe stata l’ultima lite. Senza sapere che tu, Ed, stavi dipingendo la parola FINE, tingendola di rosso e oro. Da allora, nei giorni di pioggia, posso sentirti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nello sporco delle nuvole ci sei tu, dallo sguardo concentrato e attento, che armato di pennello disegni un nuovo cielo da guardare. Scendi lento. Fai male. Nella pioggia ci sono lacrime che tu non hai voluto asciugare. Nella pioggia c’è quell’ ultimo pezzo di noi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&lt;a target="_blank" href="http://dreamysweetyeyes.blogspot.com/"&gt;Denise Giorgio&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/12369712058</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/12369712058</guid><pubDate>Sat, 05 Nov 2011 15:38:00 +0100</pubDate><category>Babe I’m Gonna Leave You</category><category>Denise Galdo</category><category>L'ultimo pezzo di noi</category><category>Led Zeppelin</category><category>Racconti da musicassetta</category><category>Racconto</category><category>Denise Giorgio</category></item><item><title>Potevano mancare delle foto ispirate ad un racconto sulla gioia...</title><description>&lt;img src="http://25.media.tumblr.com/tumblr_lu1137CiJC1r4ft0ro1_r2_500.jpg"/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;p&gt;Potevano mancare delle foto ispirate ad un racconto sulla gioia della fotografia analogica?&lt;br/&gt;Domanda retorica, in effetti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le foto di Erika sono ispirate al suo racconto:&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;span&gt;&lt;strong&gt;&lt;a target="_blank" href="http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/12235501096/erikarossin-nonpensarescatta"&gt;#7&lt;/a&gt;:&lt;/strong&gt; &lt;em&gt;&lt;strong&gt;Non pensare: scatta&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; di &lt;em&gt;Pretty in Mad&lt;br/&gt;&lt;/em&gt;&lt;/span&gt;&lt;span&gt;&lt;em&gt;&lt;span&gt;Fortress (Pinback)&lt;/span&gt;&lt;/em&gt;&lt;/span&gt; &lt;/p&gt;</description><link>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/12235700222</link><guid>http://raccontidamusicassetta.tumblr.com/post/12235700222</guid><pubDate>Wed, 02 Nov 2011 10:30:00 +0100</pubDate><category>Fortress</category><category>Lomography</category><category>Non pensare: scatta!</category><category>Pinback</category><category>analogico</category><category>fotografia</category></item></channel></rss>

